La rimozione di nove alti ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione segna uno dei momenti più duri della lunga campagna disciplinare avviata da Xi Jinping.
L’annuncio, diffuso dal ministero della Difesa cinese, parla di “gravi violazioni della disciplina”, la formula che da anni accompagna le epurazioni per corruzione e infedeltà politica. Tra i nomi spiccano figure di primo piano, inclusi membri della Commissione Militare Centrale, l’organo che supervisiona l’intero apparato militare del Paese.
La portata dell’operazione è significativa non solo per il numero dei coinvolti, ma per il loro rango. Alcuni degli ufficiali rimossi erano considerati fedelissimi di Xi, nominati direttamente durante la sua leadership.
Questo elemento ha alimentato interrogativi sulla stabilità interna delle forze armate e sulla capacità del presidente di mantenere un controllo totale su un apparato che negli ultimi anni ha visto crescere budget, ambizioni e potere politico.
La campagna anticorruzione lanciata nel 2012 è stata uno degli strumenti principali attraverso cui Xi ha consolidato la propria autorità. Ma la nuova ondata di epurazioni appare più profonda e mirata, arrivando alla vigilia di appuntamenti politici cruciali per il Partito Comunista.
Secondo gli analisti, l’obiettivo non è solo eliminare sacche di corruzione, ma anche prevenire qualsiasi forma di dissenso in un momento in cui la Cina affronta pressioni economiche, tensioni internazionali e un crescente scrutinio sulla modernizzazione militare.
Il messaggio politico è chiaro: nessuno è intoccabile. L’espulsione di figure di vertice, alcune delle quali coinvolte nei programmi più sensibili dell’apparato militare, indica che Xi intende rafforzare ulteriormente la disciplina interna e assicurarsi che l’esercito rimanga un pilastro assoluto della sua leadership.



