Hillary Clinton è tornata al centro della scena politica americana in uno dei contesti più tesi degli ultimi anni: la sua deposizione a porte chiuse davanti alla Commissione di vigilanza della Camera, nell’ambito dell’inchiesta sul caso Epstein, si è trasformata in un confronto acceso con i legislatori repubblicani. Fin dalle prime battute, l’ex segretaria di Stato ha respinto ogni insinuazione, dichiarando di non aver mai incontrato Jeffrey Epstein né di essere stata a conoscenza delle sue attività criminali.
La tensione è esplosa quando Clinton ha accusato la Commissione di condurre un’indagine “di parte” e priva di trasparenza, puntando il dito contro la gestione dei documenti e la scomparsa di alcuni file chiave dal sito del Dipartimento di Giustizia.
Secondo Clinton, un’inchiesta realmente orientata alla verità dovrebbe concentrarsi sulle responsabilità istituzionali e sulle anomalie nella gestione delle prove, piuttosto che inseguire insinuazioni politiche.
Nel corso della deposizione, Clinton ha anche rilanciato la richiesta di ascoltare sotto giuramento Donald Trump, sostenendo che il suo nome compare in migliaia di documenti legati al caso Epstein.
Una mossa che ha ulteriormente polarizzato il confronto, trasformando l’audizione in un terreno di scontro tra due visioni opposte: da un lato i repubblicani, decisi a mantenere alta la pressione sui Clinton; dall’altro l’ex segretaria di Stato, intenzionata a ribaltare la narrativa e a spostare l’attenzione sulle presunte omissioni dell’amministrazione federale.
Il clima politico attorno all’inchiesta è diventato ancora più incandescente con la notizia che anche Bill Clinton sarà ascoltato il giorno successivo, un evento senza precedenti per un ex presidente.
La scelta di tenere le audizioni nella residenza dei Clinton a Chappaqua, frutto di una lunga trattativa, non ha attenuato la portata simbolica di un momento che riporta alla memoria vecchie battaglie politiche e riapre ferite mai del tutto rimarginate.



