L’esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso un uomo armato che tentava di superare la “Linea Gialla” nel sud della Striscia di Gaza, avvicinandosi alle postazioni militari. Secondo il portavoce dell’Idf, l’uomo è stato individuato da unità della brigata Golani mentre si dirigeva verso le truppe. Nel Negev, un autobus con circa cinquanta militari a bordo si è ribaltato sulla Route 40: 17 i feriti, due in condizioni moderate e quindici lievi.
A Gerusalemme Est, nella zona di Ash Shamis, coloni israeliani hanno incendiato strutture agricole palestinesi causando danni ingenti. Nella capitale si sono inoltre registrati scontri tra polizia e manifestanti ultraortodossi contrari all’estensione della leva obbligatoria. Gli Haredi denunciano un’ingerenza nei loro percorsi religiosi. In questo contesto, il Comitato per la protezione dei giornalisti riferisce che nel 2025 sono stati uccisi nel mondo 129 operatori dell’informazione, 86 dei quali in Israele e nei territori palestinesi. L’organizzazione denuncia una “persistente cultura dell’impunità” e segnala un aumento degli attacchi con droni: 39 reporter uccisi, 28 a Gaza.
Piano Usa e nodo disarmo
Resta bloccata la seconda fase del piano statunitense per Gaza, annunciato a gennaio. Il punto critico è il disarmo di Hamas. Israele chiede la consegna completa e immediata delle armi come precondizione, minacciando in caso contrario la ripresa delle operazioni su larga scala. Secondo fonti israeliane, un comitato palestinese starebbe preparando un piano di disarmo graduale in sei mesi, con priorità alle armi pesanti e la consegna di un inventario dei tunnel. Ma le resistenze restano forti. “Le condizioni descritte verrebbero respinte immediatamente da Hamas”, afferma Muhammad Shehada dell’European Council on Foreign Relations.
Il movimento potrebbe accettare solo il congelamento delle armi offensive, mantenendo quelle leggere per autodifesa. Anche la forza internazionale di stabilizzazione, stimata in circa 20 mila unità, non ha ancora un mandato definito. Diversi Paesi non intendono assumersi il compito di confiscare con la forza l’arsenale delle milizie. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha rilanciato: “Alla fine Israele occuperà Gaza, istituirà un governo militare e vi stabilirà insediamenti ebraici”, ipotizzando uno scenario entro “uno, due o tre anni”.
Fronte interno e reazioni internazionali
La Knesset ha approvato in prima lettura una proposta di legge che vieta la preghiera egualitaria al Muro Occidentale, riaprendo le divisioni tra correnti ortodosse e riformate. Venti Paesi hanno condannato le politiche di annessione nei territori occupati. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’apertura temporanea di servizi consolari in due insediamenti della Cisgiordania. L’ambasciata Usa fornirà per un giorno servizi di passaporto a Efrat, a 12 chilometri a sud di Gerusalemme. L’Autorità nazionale palestinese parla di “una chiara violazione del diritto internazionale” e di “un palese favoreggiamento delle autorità di occupazione”. Hamas definisce l’iniziativa “precedente pericoloso” e “riconoscimento pratico della legittimità degli insediamenti”. Secondo indiscrezioni diplomatiche, la Francia non ha sostenuto formalmente la richiesta di dimissioni della relatrice Onu per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, limitandosi a un richiamo al Consiglio per i diritti umani di Ginevra.
Alleanze e posizioni diplomatiche
Alla Knesset, durante la visita del premier indiano Narendra Modi, Benjamin Netanyahu ha parlato di “alleanza di ferro” contro “l’Islam estremo”, aggiungendo: “Romperemo l’asse del male”. Da Roma, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha difeso la presenza italiana come osservatore al Board of Peace: “Non siamo andati lì con il cappello in mano”. L’obiettivo, ha detto, è tutelare gli “interessi nazionali”, perché “la pace nel Mediterraneo è prerequisito fondamentale per la crescita economica”.



