Mark Zuckerberg è comparso in un’aula di tribunale di Los Angeles per rispondere a una delle accuse più pesanti rivolte a Meta: aver progettato Instagram in modo da creare dipendenza nei minori. Il procedimento, definito storico dagli osservatori, è il primo di oltre 1.500 cause simili a essere affidato a una giuria e potrebbe diventare un precedente decisivo per l’intera industria dei social media. Il caso è stato intentato a nome di una giovane donna identificata come KGM, o “Kaley”, che ha iniziato a usare YouTube a 6 anni e Instagram a 9. Secondo i suoi avvocati, a 16 anni trascorreva fino a 16 ore al giorno sulla piattaforma, sviluppando ansia, dismorfismo corporeo, pensieri suicidi e diventando bersaglio di bullismo e sextortion.
La tesi dell’accusa è netta: Instagram sarebbe stato deliberatamente progettato per massimizzare il tempo di utilizzo, sfruttando vulnerabilità psicologiche tipiche di preadolescenti e adolescenti. Meta respinge ogni responsabilità. Nelle dichiarazioni di apertura, i legali dell’azienda hanno sostenuto che i problemi di Kaley derivassero da una vita familiare difficile e che la ragazza si sarebbe rivolta ai social per cercare conforto, non perché manipolata da meccanismi intenzionali. Una linea difensiva che punta a separare l’uso problematico dalla progettazione della piattaforma. Il processo è stato scelto come “pilota”, e il suo esito influenzerà migliaia di cause analoghe contro Meta, YouTube e altre aziende del settore.
TikTok e Snap Inc., inizialmente coinvolte, hanno già raggiunto un accordo extragiudiziale, i cui termini non sono stati resi pubblici. Secondo la BBC, il dibattimento durerà settimane e vedrà testimoniare anche ex dipendenti di Meta che hanno denunciato pratiche interne ritenute dannose per i minori. Per l’industria dei social, è un momento di verità. Per la giustizia americana, un banco di prova sul rapporto tra tecnologia, responsabilità aziendale e salute mentale dei più giovani.



