Serbia e la Svezia hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran, mentre diversi paesi hanno aggiornato i propri avvisi di sicurezza per l’Iran in seguito al rafforzamento del dispositivo militare statunitense in Medio Oriente.
Secondo ricostruzioni basate su immagini satellitari e dati di volo, nella base giordana di Muwaffaq Salti sarebbero stati concentrati oltre sessanta velivoli da combattimento statunitensi, circa il triplo della presenza abituale.
Negli ultimi giorni sarebbero atterrati anche decine di cargo militari, con l’arrivo di jet di ultima generazione, droni, elicotteri e nuovi sistemi di difesa aerea. Il dispositivo si inserisce in un più ampio riposizionamento regionale.
La portaerei USS Gerald R. Ford è operativa nel Mediterraneo orientale, mentre fonti diplomatiche riferiscono di piani di evacuazione precauzionale per alcune strutture Usa in Qatar e Bahrein.
Londra avrebbe inoltre escluso l’uso delle proprie basi per eventuali operazioni contro Teheran. Il presidente Donald Trump ha dichiarato di star valutando un’azione “mirata” per spingere l’Iran a chiudere un accordo sul nucleare. “L’Iran dovrebbe raggiungere un’intesa.
Il popolo iraniano è migliore dei suoi leader”, ha detto, parlando di migliaia di vittime nelle recenti repressioni. Secondo indiscrezioni riportate da media statunitensi, nei colloqui interni all’amministrazione sarebbero stati presi in considerazione anche scenari che includono operazioni contro figure di vertice della leadership iraniana, nell’ambito di un ventaglio di opzioni ritenute “di massima pressione”.
Missili nello Stretto di Hormuz
Parallelamente, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha testato un nuovo missile navale a lungo raggio, il Sayyad 3G, durante esercitazioni nello Stretto di Hormuz.
Secondo le autorità iraniane, il sistema avrebbe una portata fino a 150 chilometri e capacità di intercettazione contro caccia, droni e missili da crociera, grazie a lanciatori verticali in grado di garantire copertura a 360 gradi. Il test si inserisce in un contesto di crescente tensione nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per le rotte energetiche globali.
Teheran: “Non ci piegheremo”
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha risposto in tono fermo. “Anche se tutte le potenze del mondo si opponessero ingiustamente per costringerci a sottometterci, non ci arrenderemo”, ha affermato in un discorso televisivo. “Non piegheremo la testa davanti alla coercizione”.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha contestato le cifre diffuse da Washington sulle vittime delle rivolte di dicembre e gennaio.
Il governo ha pubblicato un elenco di 3.117 morti, tra cui circa 200 membri delle forze di sicurezza. “Se qualcuno dubita dei nostri dati, fornisca nomi e prove”, ha scritto, attribuendo parte delle violenze a gruppi infiltrati dall’estero.
Nonostante la tensione, da Teheran filtra la possibilità di una bozza d’intesa con gli Stati Uniti “entro due o tre giorni”, pur ribadendo che il diritto all’arricchimento dell’uranio non è negoziabile. Fonti vicine ai negoziati parlano tuttavia di contatti ancora attivi tra le parti, con la possibilità di una proposta tecnica preliminare sul tavolo nei prossimi giorni, anche se restano distanze significative sui limiti all’arricchimento dell’uranio e sui meccanismi di verifica internazionale.
Proteste nelle università
Sul fronte interno, la tensione è tornata nei campus. All’Università Sharif di Teheran studenti hanno scandito “Libertà” durante una commemorazione per le vittime delle proteste di gennaio. Scene analoghe sono state segnalate all’Amirkabir e all’Università di Scienze Mediche di Mashhad. In alcuni casi si sono verificati scontri con la milizia Basij. Nei video circolati online si sentono slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e richiami monarchici.
L’Unicef ha espresso “profonda preoccupazione” per i minori arrestati durante i disordini, chiedendo accesso immediato e indipendente ai centri di detenzione per verificarne le condizioni. Le manifestazioni si inseriscono in un clima ancora teso dopo le proteste di gennaio, represse dalle forze di sicurezza. Organizzazioni per i diritti umani riferiscono di arresti e procedimenti giudiziari avviati contro studenti e attivisti nelle ultime settimane.



