Il Parlamento venezuelano ha approvato all’unanimità la nuova legge di amnistia per la “convivenza democratica”, un provvedimento che promette la liberazione di centinaia di prigionieri politici detenuti negli ultimi vent’anni. Presentata dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, la legge copre reati legati a fatti politici dal 1999 fino al 2025, un arco temporale insolitamente ampio che ha immediatamente sollevato dubbi e critiche da parte di organizzazioni indipendenti e associazioni per i diritti umani.
Il governo presenta il testo come un gesto di riconciliazione nazionale, frutto di una lunga mediazione tra maggioranza chavista e opposizione, che ha portato a una serie di emendamenti condivisi e allo sblocco dello stallo parlamentare. Secondo i sostenitori, l’amnistia rappresenta un passo necessario per superare decenni di polarizzazione e aprire una nuova fase politica, anche in risposta alle pressioni internazionali e alle richieste dell’amministrazione statunitense. Ma le critiche non si sono fatte attendere.
Diverse ONG denunciano la mancanza di trasparenza nel processo legislativo: il testo completo non è stato reso pubblico e molte informazioni provengono solo da bozze e documenti filtrati. Alcuni esperti sottolineano che la definizione vaga di “reati connessi” potrebbe consentire benefici discrezionali e cancellare responsabilità per violazioni gravi, comprese torture e detenzioni arbitrarie. “Senza verità e senza garanzie per le vittime, la riconciliazione rischia di essere solo retorica”, avverte un rapporto indipendente.
Fuori dall’Assemblea, familiari di oppositori incarcerati hanno accolto con speranza la notizia, mentre altri hanno protestato temendo che la legge trasformi la giustizia in un colpo di spugna. Alcuni leader dell’opposizione, pur sostenendo il provvedimento, chiedono un organismo terzo che vigili sull’applicazione, per evitare che la selezione dei beneficiari diventi uno strumento politico.



