Oltre mille cittadini keniani sono stati arruolati per combattere nella guerra tra Russia e Ucraina. Lo rivela un rapporto dell’intelligence nazionale presentato al Parlamento di Nairobi, che denuncia un sistema di reclutamento parallelo, alimentato da agenzie e intermediari privati.
Il numero è cinque volte superiore rispetto alle stime ufficiali diffuse solo pochi mesi fa, e getta luce su una rete opaca che sfrutta la vulnerabilità economica e la mancanza di controlli. Secondo il capogruppo della maggioranza Kimani Ichung’wah, molti dei volontari sono partiti con visti turistici, convinti di trovare lavoro in Russia.
Una volta arrivati, sono stati costretti a firmare contratti militari e inviati al fronte. Alcuni risultano dispersi, altri ricoverati in ospedali militari. Il profilo dei reclutati è variegato: giovani senza esperienza bellica, disoccupati, ex militari in cerca di riscatto.
Le promesse di stipendi elevati e documenti regolari si sono spesso rivelate trappole. Il governo keniano ha avviato un’indagine interna e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi ha annunciato una missione diplomatica a Mosca per affrontare lo scandalo.
Intanto, le autorità locali denunciano la persistenza di agenzie sospette, nonostante la chiusura di centinaia di uffici. Il fenomeno solleva interrogativi sulla responsabilità delle istituzioni e sulla capacità dello Stato di proteggere i propri cittadini.
In un continente dove la disoccupazione giovanile è una piaga e le guerre sembrano sempre altrove, il caso keniano mostra come i conflitti globali possano insinuarsi nelle fragilità locali, trasformando la promessa di un futuro migliore in un biglietto di sola andata per il fronte.



