José María Balcázar è diventato l’ottavo presidente del Perù nell’arco di un decennio, un dato che da solo racconta la profondità della crisi politica che attraversa il Paese. La sua nomina, avvenuta dopo l’ennesima destituzione parlamentare e un passaggio istituzionale carico di tensione, conferma la fragilità di un sistema che da anni fatica a trovare stabilità.
Balcázar, giurista e figura di lungo corso nel Congresso, assume la guida dell’esecutivo in un clima di sfiducia diffusa, con un’opinione pubblica stanca di cambi di governo continui e di un conflitto permanente tra Parlamento e Presidenza.
La sua ascesa è stata rapida e segnata da un equilibrio politico precario. Dopo la caduta del precedente presidente, travolto da accuse di cattiva gestione e da un voto di sfiducia lampo, il Congresso ha scelto Balcázar come figura di compromesso, capace — almeno nelle intenzioni — di ricucire le fratture interne.
La sua elezione è stata accolta con un misto di sollievo e scetticismo: sollievo da parte di chi teme un vuoto di potere in un momento economico delicato; scetticismo da parte di chi vede in questo ennesimo cambio al vertice la prova che il sistema politico peruviano è ormai intrappolato in un ciclo di instabilità senza fine. Balcázar ha promesso un governo di “unità e responsabilità”, ma la strada appare in salita.
Il Congresso resta profondamente frammentato, con partiti che cambiano alleanze con rapidità e una polarizzazione che rende difficile qualsiasi agenda riformista.
Sul fronte economico, il Paese affronta una crescita rallentata, tensioni sociali e un malcontento diffuso nelle regioni andine, dove la sfiducia verso Lima è particolarmente radicata. Le proteste degli ultimi mesi, spesso represse con durezza, hanno lasciato ferite aperte che il nuovo presidente dovrà affrontare con urgenza.

