L’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver guidato un’insurrezione contro le istituzioni democratiche del Paese, al termine di un processo che ha scosso la Corea del Sud come nessun altro evento politico degli ultimi decenni.
La sentenza, pronunciata dal tribunale distrettuale di Seoul dopo mesi di udienze ad alta tensione, segna un punto di non ritorno nella storia politica nazionale, aprendo interrogativi sulla stabilità delle istituzioni e sulla capacità del Paese di superare una crisi che ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Secondo l’accusa, Yoon avrebbe orchestrato un tentativo coordinato di sovvertire l’ordine costituzionale attraverso pressioni sulle forze armate, manipolazioni all’interno dell’apparato di sicurezza e un piano per delegittimare il Parlamento dopo una serie di sconfitte politiche.
Il tribunale ha definito le sue azioni “una minaccia diretta alla democrazia sudcoreana”, sostenendo che l’ex presidente avrebbe abusato del proprio ruolo per consolidare il potere e neutralizzare gli oppositori. La difesa ha respinto ogni accusa, parlando di un processo politico e di prove “interpretate in modo distorto”, ma i giudici hanno ritenuto le testimonianze e i documenti presentati dall’accusa “coerenti e schiaccianti”.
La condanna ha immediatamente provocato reazioni contrastanti. Migliaia di sostenitori di Yoon si sono radunati davanti al tribunale denunciando un “processo farsa”, mentre gruppi progressisti hanno accolto la sentenza come una vittoria dello Stato di diritto. Le forze di sicurezza sono state dispiegate in massa per evitare scontri, in un clima che ricorda le fasi più turbolente della storia politica sudcoreana.
Il governo attuale ha invitato alla calma, sottolineando che la decisione della magistratura deve essere rispettata e che il Paese deve ora concentrarsi sulla ricostruzione della fiducia nelle istituzioni.



