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Usa-Iran, Axios: “90% di probabilità” di attacco nelle prossime settimane. Trump: “Accordo o conseguenze”

Teheran: “Niente intese se ci tolgono il nucleare”. Nel Golfo due portaerei e una dozzina di navi da guerra. Vance: “Linee rosse non accettate”. Khamenei: “Possiamo mandare a fondo le vostre navi”.
giovedì, 19 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Cresce il timore di un’escalation militare nel Golfo. Dopo che a Ginevra il secondo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, durato circa tre ore e concentrato sull’arricchimento dell’uranio, si è concluso senza svolte concrete, alla Casa Bianca si valuterebbe una “probabilità del 90%” di un’azione militare contro Teheran nelle prossime settimane. Un consigliere del presidente Donald Trump avrebbe riferito ad Axios che il capo della Casa Bianca “si sta stufando” e che difficilmente sposterebbe un simile apparato militare “come un bluff”. Nel Golfo la presenza americana è cresciuta fino a comprendere due portaerei, una dozzina di navi da guerra, centinaia di aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea. Si tratta di uno dei più ampi rafforzamenti statunitensi nella regione degli ultimi anni, con ulteriori assetti in fase di trasferimento verso il Medio Oriente. Secondo le stesse fonti, un’eventuale operazione non sarebbe “mirata”, ma una campagna di settimane, potenzialmente coordinata con Israele e finalizzata a colpire o neutralizzare le infrastrutture nucleari sotterranee iraniane. Il presidente americano ha ribadito che l’Iran dovrà scegliere tra un accordo e “conseguenze”. La linea è stata confermata anche dal vicepresidente JD Vance, che ha parlato di negoziati avviati ma con “linee rosse” non ancora accettate da Teheran. “Il Presidente ha posto dei limiti che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere”, ha dichiarato, aggiungendo che restano “tutte le opzioni sul tavolo”.

La replica iraniana

Dura la replica della Guida suprema Ali Khamenei, che sui social ha avvertito Washington: “Gli americani dichiarano continuamente di aver inviato navi da guerra verso l’Iran”. Poi la minaccia: “Ancor più pericolosa di quella nave è l’arma capace di mandarla sul fondo del mare”. Teheran insiste sulla revoca delle sanzioni come condizione preliminare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato di star “elaborando un quadro coerente” per i futuri colloqui con gli Stati Uniti, in una telefonata con il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi. Secondo Teheran, Grossi avrebbe valutato positivamente i risultati di Ginevra, offrendo sostegno tecnico per i prossimi passaggi.

Mosca e Ankara

Sul piano internazionale, il Cremlino si dice pronto a “prelevare l’uranio arricchito iraniano” per facilitare un’intesa. Il portavoce Dmitry Peskov ha invitato a non trarre “giudizi anticipati” sull’esito dei negoziati, definendoli ancora in corso. Contraria a un intervento armato anche la Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che “una nuova guerra contro l’Iran non porterebbe alcun vantaggio a nessuno”, avvertendo che l’intera regione ne pagherebbe le conseguenze. Nel frattempo, Trump ha discusso della questione iraniana con il premier britannico Keir Starmer. Downing Street ha riferito che entrambi hanno concordato sul fatto che “l’Iran non dovrà mai essere in grado di sviluppare un’arma nucleare”.

Esercitazioni militari e tensioni interne

Le tensioni esterne si intrecciano con una fase di forte pressione interna per la leadership iraniana. Sul terreno, l’Iran ha annunciato un’esercitazione navale congiunta con la Russia nel Golfo dell’Oman e nell’Oceano Indiano settentrionale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la “cooperazione marittima” e la protezione delle rotte commerciali, ma il segnale politico è evidente, a poche miglia dallo Stretto di Hormuz. Parallelamente, Teheran ha convocato l’ambasciatore tedesco per protestare contro le “attività anti iraniane” in Germania, dopo una manifestazione a Monaco che ha riunito circa 250 mila persone contro la leadership iraniana. Sul fronte interno, il ministro della Giustizia Aminhossein Rahimi ha ammesso che studenti minorenni arrestati durante le proteste di gennaio sono detenuti nei centri di correzione, precisando che “alcuni sono stati liberati su cauzione”. Secondo associazioni di insegnanti, centinaia di studenti sarebbero rimasti uccisi nelle repressioni.

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