Il prezzo delle sigarette in Australia ha raggiunto livelli record, superando in molti casi i 40 dollari a pacchetto, e sta spingendo un numero crescente di fumatori verso il mercato nero. È l’effetto collaterale di una delle politiche antifumo più aggressive al mondo, basata su tasse elevate, confezioni neutre e campagne di prevenzione capillari. Se da un lato queste misure hanno contribuito a ridurre il numero complessivo di fumatori, dall’altro hanno alimentato un’economia parallela fatta di contrabbando, vendite illegali e prodotti di dubbia provenienza. Secondo le autorità australiane, il commercio illecito di tabacco è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, con sequestri record nei porti e nelle aree urbane. Le organizzazioni criminali importano sigarette da Paesi con tassazione più bassa o producono tabacco non dichiarato all’interno del territorio nazionale, vendendolo a prezzi molto inferiori rispetto a quelli ufficiali. Per molti fumatori, soprattutto nelle fasce a reddito più basso, la scelta non è più tra fumare o smettere, ma tra acquistare legalmente a costi proibitivi o rivolgersi a canali clandestini. Il governo difende la propria strategia, sostenendo che l’aumento dei prezzi è uno degli strumenti più efficaci per scoraggiare il consumo. Tuttavia, diversi esperti avvertono che il mercato nero rischia di vanificare parte dei progressi ottenuti, offrendo prodotti non controllati e sottraendo risorse fiscali allo Stato. Le forze dell’ordine hanno intensificato le operazioni contro il contrabbando, ma la domanda continua a crescere, alimentata da un divario di prezzo che molti considerano insostenibile. Il dibattito resta aperto: mentre le autorità puntano a un Paese sempre più libero dal fumo, la realtà mostra una popolazione divisa tra salute pubblica, dipendenza e costi in aumento. E finché un pacchetto di sigarette continuerà a costare quanto una cena economica, il mercato nero avrà terreno fertile.



