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Gli 80 anni della Repubblica

Un viaggio nel biennio che ha trasformato un paese ferito dal conflitto e dalla dittatura in una nazione moderna, tra speranze di rinascita e ricostruzione morale
lunedì, 16 Febbraio 2026
8 minuti di lettura

Il Referendum del 2 giugno 1946, riflessioni sulla scelta degli italiani sulla forma dello Stato

La Monarchia italiana tra responsabilità e meriti nella crisi dello Stato liberale (1922-1946)

Nel dibattito che seguì la Liberazione del 25 aprile 1945, la scelta tra Monarchia e Repubblica non fu soltanto una questione istituzionale, ma divenne il momento in cui gli italiani furono chiamati a esprimere un giudizio complessivo sulla storia dello Stato e, in particolare, sul comportamento della corona durante il fascismo. La delegittimazione della monarchia non derivò da un rifiuto astratto della forma monarchica, ma dalla convinzione diffusa che la dinastia sabauda avesse avuto una responsabilità diretta nella lunga sopravvivenza del regime.
Occorre tuttavia distinguere, sul piano storico, tra i meriti generali della monarchia italiana e le sue gravi responsabilità politiche nel periodo compreso tra il 1922 e il 1943. La monarchia aveva rappresentato per decenni un fattore di continuità istituzionale dello Stato unitario e, prima dell’avvento del fascismo, aveva accompagnato il funzionamento del sistema parlamentare liberale. Inoltre, nel momento della crisi finale del regime, il 25 luglio 1943, fu proprio il re a revocare l’incarico a Mussolini e a disporne l’arresto, aprendo la strada alla caduta formale della dittatura. Anche nella fase caotica successiva all’armistizio, la presenza della Corona garantì una continuità giuridica dello Stato che risultò utile nei rapporti con gli Alleati.
Questi elementi, tuttavia, non furono sufficienti a compensare il giudizio negativo sul comportamento della monarchia nel periodo decisivo della costruzione e del consolidamento del regime fascista. Nel 1922, al momento della marcia su Roma, Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio e affidò il governo a Mussolini. È vero che quella decisione maturò in un clima di forte instabilità politica e sociale, segnato dal timore di una rivoluzione e dall’estrema debolezza dei governi liberali. In questo senso, il re e gran parte delle élite del tempo ritennero Mussolini una soluzione di “male minore” capace di ristabilire l’ordine. Tuttavia, la scelta non fu imposta dalle circostanze: esistevano alternative politiche e costituzionali. La nomina di Mussolini fu dunque una decisione autonoma della Corona e non un atto inevitabile.
Negli anni successivi la monarchia non svolse un ruolo effettivo di freno all’azione del regime. Vittorio Emanuele III, mantenne una concezione fortemente passiva del proprio ruolo, limitandosi, al più, a manifestare in forma privata alcune riserve su singole iniziative del Duce. Non vi fu mai una volontà di conflitto istituzionale né un tentativo serio di utilizzare le prerogative della Corona per contenere la trasformazione autoritaria dello Stato. Proprio questa rinuncia al ruolo di garanzia costituzionale contribuì a rendere possibile la progressiva eliminazione dello Stato liberale a favore della dittatura.
Sul piano giuridico, il re avrebbe potuto rifiutarsi di sanzionare le leggi cosiddette “fascistissime” del 1925-1926, che smantellarono il sistema parlamentare e le libertà politiche, così come avrebbe potuto non firmare le leggi razziali del 1938. Lo Statuto Albertino attribuiva infatti al sovrano il potere di sanzione delle leggi. È vero che un rifiuto avrebbe probabilmente provocato una crisi istituzionale gravissima e forse la fine stessa della monarchia, ma proprio questo rivela la natura della scelta compiuta: la Corona preferì salvaguardare la propria sopravvivenza piuttosto che difendere l’ordinamento costituzionale e i diritti fondamentali. Nel caso delle leggi razziali, approvate in assenza di emergenze politiche interne, l’assenza di qualunque opposizione da parte del re, pesò in modo particolarmente grave nel giudizio storico.
Anche la condotta della monarchia nel momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943 contribuì a comprometterne ulteriormente l’immagine. La partenza del re e del governo da Roma verso Brindisi non fu concepita solo per salvare la capitale e per favorire una trattativa con la Germania, ma per evitare la cattura del capo dello Stato e mantenere un’autorità legittima nel territorio controllato dagli Alleati. Se da un lato questa scelta consentì la sopravvivenza formale dello Stato italiano, dall’altro comportò l’abbandono di Roma e dell’esercito senza ordini chiari, provocando il rapido collasso della difesa e lasciando il Paese esposto all’occupazione tedesca.
Nel complesso, la monarchia italiana contribuì in modo utile alla transizione del 1943-1945 e alla continuità istituzionale dello Stato, ma fallì nel momento decisivo in cui avrebbe dovuto esercitare una funzione di garanzia contro la deriva autoritaria. Tra il 1922 e il 1938 la Corona scelse prima la governabilità, poi la propria sopravvivenza, infine una sostanziale passività di fronte alle violazioni più gravi dei principi di legalità e di civiltà giuridica. Per questo, nel clima politico del dopoguerra, la monarchia non venne percepita come uno strumento di rinnovamento, ma come una parte integrante della crisi che aveva condotto l’Italia al fascismo e alla guerra, aprendo la strada, nel referendum del 1946, alla scelta repubblicana.

La scelta repubblicana e la costruzione della pacificazione politica: De Gasperi, Togliatti e Nenni (1945-1947)

La scelta istituzionale tra Monarchia e Repubblica si inserì pienamente nel più ampio problema della pacificazione nazionale che l’Italia dovette affrontare dopo il 25 aprile 1945. La fine della guerra non aveva infatti cancellato le profonde fratture prodotte dal fascismo, dalla guerra civile e dall’occupazione tedesca. In questo contesto, la costruzione di una nuova legittimità dello Stato divenne una priorità assoluta per le forze politiche che avevano guidato la Resistenza.
Proprio per evitare che la questione istituzionale si trasformasse in un nuovo motivo di conflitto, i principali partiti del Comitato di Liberazione Nazionale scelsero di rinviare la decisione alla consultazione popolare, affidando al referendum del 2 giugno 1946 il compito di risolvere in modo democratico e pacifico il problema della forma dello Stato. La scelta di sottoporre la questione al voto popolare costituì già di per sé un atto di pacificazione: essa consentiva di superare la frattura tra vincitori e vinti della guerra civile senza imporre una soluzione dall’alto.
In questo quadro si colloca l’atteggiamento, in parte diverso ma convergente, di De Gasperi, Togliatti e Nenni. Tutti e tre erano personalmente favorevoli alla Repubblica, ma con accenti politici e finalità differenti. Pietro Nenni interpretava la scelta repubblicana come il naturale sbocco della lotta antifascista e come una rottura simbolica netta con l’Italia monarchica e conservatrice. La Repubblica, nella sua visione, doveva rappresentare il punto di partenza di una profonda trasformazione politica e sociale del Paese.
Anche Palmiro Togliatti sostenne convintamente la soluzione repubblicana, ma la collocò all’interno di una strategia più prudente. Dopo il rientro in Italia nel 1944, il segretario comunista aveva teorizzato la “democrazia progressiva” e la necessità di una collaborazione tra tutte le grandi forze antifasciste. La Repubblica non doveva nascere come il risultato di una vittoria di parte, ma come una nuova base comune su cui ricostruire lo Stato. In questa prospettiva, la questione istituzionale veniva subordinata alla priorità della stabilità politica e della ricostruzione.
Alcide De Gasperi, pur essendo ritenuto repubblicano per convinzione personale (in realtà lo statista non dichiarò mai ufficialmente la sua espressione di voto e la DC, al referendum del 2 giugno 1946, non diede indicazioni di voto ai suoi elettori lasciandoli liberi nella loro scelta), mantenne un atteggiamento particolarmente cauto. La Democrazia Cristiana, partito centrale per la tenuta del sistema politico, evitò di trasformare la campagna referendaria in uno scontro ideologico radicale. La preoccupazione principale di De Gasperi fu che la nascita della Repubblica non producesse una delegittimazione di una parte rilevante del Paese, in particolare delle aree sociali e territoriali più legate alla Monarchia. La pacificazione, nella sua visione, doveva precedere ogni altra considerazione.
Il referendum del 2 giugno 1946 risolse formalmente la questione istituzionale, ma lasciò in eredità una forte spaccatura territoriale e culturale, con un’Italia centro-settentrionale largamente repubblicana e un Mezzogiorno prevalentemente monarchico. Proprio questa frattura rese ancora più delicato il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Il rischio concreto era che la nuova forma dello Stato venisse percepita come l’esito di una vittoria politica del fronte antifascista di sinistra, piuttosto che come una scelta condivisa dell’intera comunità nazionale.
È in questo passaggio che il ruolo di De Gasperi risultò decisivo. Dopo la proclamazione dei risultati, egli operò per garantire una transizione ordinata, evitando sia una resa dei conti simbolica contro la monarchia, sia l’emarginazione dei settori sociali sconfitti dal referendum. La legittimità della Repubblica doveva fondarsi sulla legalità della procedura e sulla continuità delle istituzioni, non sulla rottura rivoluzionaria.
Anche Togliatti contribuì in modo rilevante a questo processo. La linea comunista rimase saldamente ancorata alla collaborazione costituzionale e al lavoro dell’Assemblea Costituente, nella quale il nuovo assetto repubblicano venne progressivamente trasformato in un progetto condiviso di democrazia parlamentare. In tal modo la Repubblica non si configurò come il trionfo politico della Resistenza armata, ma come l’esito di un compromesso costituzionale ampio.
La pacificazione politica trovò quindi il suo completamento non tanto nella vittoria della repubblica in sé, quanto nel metodo con cui essa venne costruita: la centralità del referendum, il riconoscimento della legittimità delle minoranze sconfitte e il lavoro comune nella redazione della Costituzione. La nuova Repubblica italiana nacque così non come una rottura traumatica, ma come una soluzione di equilibrio, capace di chiudere la crisi aperta dal fascismo e dalla guerra civile attraverso la legalità e il compromesso tra culture politiche diverse.

Dalla monarchia alla Repubblica: pacificazione e continuità nella costruzione dello Stato italiano

A ottant’anni di distanza, la lettura del referendum Monarchia-Repubblica può essere fatta con equilibrio. È chiaro che la monarchia ebbe responsabilità precise nel periodo fascista, dalle scelte del 1922 alla firma delle leggi fascistissime e razziali, fino alla fuga dall’Italia centrale nel 1943. Allo stesso tempo, ebbe anche meriti concreti: garantì la continuità istituzionale dello Stato nella fase dell’armistizio, intervenne per arrestare Mussolini e, con il gesto di Umberto II nel 1946, non opponendosi al risultato elettorale -come peraltro gli veniva da più parti suggerito – favorì la pacificazione nazionale evitando ulteriori dolorose fratture e la continuazione della guerra civile.
La scelta della forma repubblicana, pur essendo il risultato di un giudizio storico chiaro e di pressioni politiche interne ed estere, non può essere letta come una rottura assoluta con la monarchia, in quanto, come vedremo, nella nostra costituzione il Presidente della Repubblica – a grandi linee – riveste lo stesso ruolo istituzionale che rivestiva il Re, con la differenza più marcata che consiste nella sua elezione democratica ogni 7 anni da parte del Parlamento. Entrambe le forme istituzionali hanno contribuito alla costruzione dell’Italia e la svolta Repubblicana fu opportuna e tempestiva rispetto al cambio di paradigma tra dittatura e democrazia nel 1946. In sintesi la scelta repubblicana, adeguandosi ai tempi ed alle circostanze storiche, ha rappresentato un elemento di continuità e di costruzione dell’epopea risorgimentale italiana, traghettando la nazione tra i paesi moderni, economicamente sviluppati e democratici dell’Occidente.
Dopo ottant’anni, riconoscere il contributo complesso della monarchia e consolidare insieme l’identità repubblicana significa affermare che l’Italia è una, nella sua storia e nelle sue istituzioni. Tale atteggiamento, nel rafforzare la maturità civile, dimostrerebbe che la nazione ha fatto pace con la sua storia, senza paura di confrontarsi con la propria memoria e di guardare al futuro per occupare onorevolmente la scena internazionale che le compete. Questo anche in relazione al fatto che gli equilibri geopolitici formatisi dopo la seconda guerra mondiale sembrano al tramonto e ci attende un mondo multipolare con variabili che debbono ancora essere ben apprezzate e analizzate.
Della stagione storica successiva alla Seconda guerra mondiale rimane ancora attuale, a parere di chi scrive, il necessario, testardo, infaticabile, pervicace impegno profuso dal nostro statista Alcide De Gasperi per costruire una “Nostra Patria Europa”. Questa frase fu da lui pronunciata il 21 aprile del 1954 durante la Conferenza Parlamentare Europea, assumendo la presidenza della CECA, a sottolineare l’ideale di un’unione sovrannazionale volta a garantire pace, prosperità e libertà. Come abbiamo sostenuto in altri contesti, politica estera e difesa comune sono il minimo sindacale per consentire all’Europa di competere nel panorama geopolitico multipolare in via di formazione. De Gasperi, Adenauer e Schuman hanno tracciato un sentiero. Alla nostra generazione è imposto innanzitutto di fare pace con il proprio passato (fascisti e comunisti, partigiani e repubblichini) e in questo senso l’occasione della celebrazione dell’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica può esserlo e poi …. trasformare il “sentiero” europeo ereditato, in una magnifica strada.

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