Investimenti, cooperazione e partenariati paritari sono la strada giusta ideata dal premier Meloni. Ma accanto alla diplomazia economica serve un capitolo chiaro su sicurezza e rimpatri per chi delinque
C’è un’Italia che torna protagonista nel Mediterraneo allargato e nel continente africano. È l’Italia che, attraverso il Piano Mattei per l’Africa, sta cercando di costruire relazioni fondate su cooperazione, investimenti e rispetto reciproco. Il vertice promosso dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad Addis Abeba va letto anche in questa direzione: non passerelle diplomatiche, ma accordi concreti su sviluppo, energia, formazione e infrastrutture.
Il Piano Mattei, sviluppo e sicurezza
L’intesa nasce con una dotazione iniziale di circa 5,5-6 miliardi di euro tra prestiti e doni, attingendo in particolare al Fondo Italiano per il Clima (3 miliardi) e ai fondi della Cooperazione allo Sviluppo (2,5 miliardi). Coinvolge strumenti strategici come Cassa Depositi e Prestiti e SIMEST e si concentra su sei settori chiave: istruzione e formazione, energia, agricoltura, acqua, sanità e infrastrutture.
Non è un piano predatorio, come più volte ha sottolineato la premier, ma un progetto di partenariato paritario. I progetti pilota in Tunisia (acqua e agricoltura), Marocco (energia e formazione), Congo (infrastrutture), Kenya (biocarburanti) e in altri Paesi africani indicano una visione chiara: favorire lo sviluppo locale per ridurre le cause strutturali della migrazione irregolare.
Obiettivi e opportunità ambiziose
L’impegno è trasformare l’Italia in un hub energetico europeo, anche attraverso il Corridoio H2Sud e la cooperazione sulle rinnovabili.
Tutto questo va sostenuto con lealtà e impegno. Perché rafforzare le economie africane significa creare opportunità nei Paesi di origine, costruire stabilità e governare i flussi migratori in modo strutturale.
Per chi delinque severità e rimpatri
Ma proprio qui si apre la questione della coerenza.
Se il Piano Mattei punta a governare le cause della migrazione, in Italia resta aperta – e drammatica – la questione della gestione delle sue conseguenze. I numeri parlano chiaro. Al 31 gennaio 2025, nelle carceri italiane sono presenti 19.622 detenuti stranieri, pari al 31,6% della popolazione carceraria totale, che ammonta a 61.916 persone. Quasi un detenuto su tre è straniero, un’incidenza ben superiore alla quota degli stranieri sulla popolazione residente.
È vero: il dato è in calo rispetto ai picchi del 2007-2010, quando si superava il 37%. Ma resta un elemento strutturale del sovraffollamento carcerario. Le nazionalità più rappresentate sono marocchina, romena, tunisina, albanese e nigeriana.
Un esercito di 321 mila irregolari
A questo si aggiunge un altro dato che non può essere ignorato: secondo la Fondazione ISMU, al 1° gennaio 2024 si stimano circa 321.000 immigrati irregolari in Italia, in calo rispetto alle 458.000 unità dell’anno precedente, ma comunque una cifra significativa.
Il problema non è l’immigrazione in sé, né tantomeno l’alimentazione di sentimenti di odio o razzismo, che vanno respinti con fermezza.
Le espulsioni vanno fatte
Il punto è un altro: lo Stato deve garantire legalità e sicurezza. E oggi l’Italia riesce a rimpatriare solo una frazione dei migranti irregolari. Analisi del 2023 indicavano un tasso di successo attorno al 12% rispetto agli ordini di allontanamento. Dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), secondo report del 2024, solo il 10% dei trattenuti con ordine di espulsione viene effettivamente rimpatriato. Gli altri restano in un limbo amministrativo.
Gli accordi prevedano rimpatri
Se restano inefficaci questo mina la credibilità dello Stato e alimenta insicurezza percepita e reale.
Ecco perché il Piano Mattei, per essere davvero completo, deve prevedere un capitolo esplicito sulla sicurezza e sui rimpatri. Se si costruiscono accordi economici e culturali con i Paesi africani – e non solo africani – quegli stessi accordi devono includere meccanismi chiari e operativi per il rimpatrio di chi commette reati in Italia.
Pene nei Paesi di provenienza
Chi delinque, chi viene arrestato e condannato, deve scontare la pena nel proprio Paese di origine. Non per spirito punitivo, ma per un principio di responsabilità e di giustizia. La cooperazione non può essere a senso unico: agli investimenti e ai progetti di sviluppo devono corrispondere impegni concreti sulla riammissione dei propri cittadini che hanno violato la legge.
Meno carceri affollate
Un simile approccio avrebbe un duplice effetto: alleggerire la pressione sul sistema carcerario italiano e ristabilire un principio di legalità chiaro e non negoziabile. La pena deve essere certa. E deve essere scontata nel Paese di provenienza, attraverso accordi bilaterali solidi e verificabili.
Il Piano Mattei rappresenta una visione strategica per il futuro dell’Italia nel Mediterraneo e in Africa. Ma ogni grande strategia deve tenere insieme sviluppo e sicurezza, cooperazione e legalità.
Italia generosa ma severa
Solo così l’Italia potrà dirsi coerente: generosa negli investimenti, ferma nell’applicazione delle regole. Perché accogliere non significa tollerare l’illegalità. E cooperare non significa rinunciare alla sovranità.



