Thorbjørn Jagland, ex primo ministro norvegese ed ex segretario generale del Consiglio d’Europa, è finito al centro di un’indagine per presunta corruzione che sta scuotendo uno dei Paesi considerati tra i più trasparenti al mondo. Le autorità norvegesi hanno confermato l’apertura del procedimento dopo la diffusione di documenti e testimonianze che suggerirebbero l’esistenza di favori indebiti e rapporti opachi con figure influenti del settore energetico e diplomatico. Per la Norvegia, abituata a un sistema politico fondato sulla fiducia pubblica, si tratta di un caso che rischia di lasciare un segno profondo. Secondo le prime ricostruzioni, Jagland sarebbe coinvolto in una rete di scambi di favori legati a consulenze, viaggi e incontri riservati, alcuni dei quali avrebbero avuto luogo durante il suo mandato nelle istituzioni europee. Gli investigatori stanno cercando di capire se tali rapporti abbiano influenzato decisioni politiche o abbiano garantito vantaggi economici a soggetti privati. L’ex premier ha respinto ogni accusa, definendo le rivelazioni “distorsioni prive di fondamento” e sostenendo di aver sempre agito nel rispetto delle norme etiche e istituzionali. La vicenda ha immediatamente acceso il dibattito pubblico. I partiti di opposizione chiedono massima trasparenza e un’indagine rapida, mentre alcuni esponenti della maggioranza invitano alla cautela, ricordando che al momento non esistono prove definitive. Tuttavia, l’impatto mediatico è già significativo: Jagland è una figura di grande peso nella storia recente della Norvegia, noto per il suo ruolo nella politica estera e per aver presieduto il Comitato per il Nobel per la Pace. Gli analisti sottolineano che il caso potrebbe avere ripercussioni anche sul piano internazionale, soprattutto per le istituzioni europee con cui Jagland ha collaborato per anni.



