Dopo la USS Abraham Lincoln, già dispiegata nell’area, Washington ha ordinato anche alla Ford di dirigersi verso il Medio Oriente. La conferma della Casa Bianca porta a due le portaerei statunitensi nella regione e segna l’ingresso della crisi tra Stati Uniti e Iran in una fase di deterrenza militare esplicita.La Ford, considerata la più avanzata della flotta Usa, non rientrerà prima di aprile o maggio. Secondo il Pentagono opererà con una capacità aerea superiore rispetto alla Lincoln, con più velivoli da combattimento, droni e supporto logistico. È il rafforzamento navale più significativo dall’inizio della nuova escalation. Il presidente Donald Trump ha fissato in trenta giorni il termine per un nuovo accordo sul nucleare iraniano, evocando una “fase due” che potrebbe essere “molto traumatica”. Washington chiede non solo limiti all’arricchimento dell’uranio ma anche garanzie sul programma missilistico e sul ruolo iraniano in Siria, Libano e nel sostegno ai gruppi armati regionali.
Teheran: “Massima allerta”
La risposta è arrivata dal segretario del Consiglio di Difesa Ali Shamkhani: “L’esercito iraniano è in stato di massima allerta. Qualsiasi errore di calcolo sarà molto costoso”. A Al Jazeera ha aggiunto che Teheran reagirà “con forza, decisione e proporzionalità a qualsiasi attacco diretto”. Media regionali riferiscono di esercitazioni e movimenti di truppe lungo i confini occidentali. Il governo ribadisce che il programma nucleare ha “scopi civili”, ma la televisione di Stato ha diffuso minacce contro dirigenti israeliani, tra cui il premier Benjamin Netanyahu: “Determineremo l’ora della vostra morte, aspettate l’Ababil”. Netanyahu, prima di lasciare Washington, ha detto di ritenere possibile “un buon accordo”, pur restando “scettico”. L’intesa, ha chiarito, dovrà includere “non solo il nucleare ma anche missili balistici e delegati regionali”.
Proteste e riformisti liberati
Sul fronte interno, Teheran ha annunciato una commissione d’inchiesta sulle proteste esplose a fine dicembre per il caro vita e culminate l’8 e 9 gennaio. Secondo stime ufficiali i morti sarebbero oltre 3.000. Le autorità attribuiscono la maggior parte delle vittime a forze di sicurezza o civili uccisi da “terroristi” legati a Israele e Stati Uniti. Organizzazioni per i diritti umani contestano i dati e chiedono un’indagine indipendente; alcuni gruppi sollecitano la Corte penale internazionale a valutare un fascicolo preliminare. La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha spiegato che la commissione “raccoglierà documenti e testimonianze”, senza chiarire se esaminerà le responsabilità della repressione. Intanto sono stati rilasciati su cauzione esponenti riformisti come Azar Mansouri, Javad Emam ed Ebrahim Asgharzadeh, arrestati con accuse di terrorismo e complotto per aver criticato la gestione delle proteste.
Monaco e polemiche all’Onu
A margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, alcune centinaia di manifestanti hanno chiesto un cambio di regime scandendo “No Shah, no mullah”. Proteste della diaspora si sono svolte anche a Parigi, Londra e Berlino. Contestata la presenza di Reza Pahlavi, con l’appello a un cambiamento “dall’interno, non per intervento straniero”. Sul piano internazionale, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato rimosso dall’elenco degli oratori del Consiglio Onu per i diritti umani del 23 febbraio dopo una petizione con oltre 100.000 firme sostenuta da ONG e parlamentari europei. Polemiche anche per l’elezione dell’Iran a vicepresidente della Commissione Onu per lo sviluppo sociale. Hillel Neuer di UN Watch ha parlato di “beffa”, mentre l’ambasciatore Usa Mike Waltz ha criticato su X la “ridicola Commissione”. L’Alto Commissariato Onu ha ricordato che l’organismo ha funzioni consultive e nessun potere coercitivo sugli Stati membri.



