Le operazioni di controllo dell’immigrazione condotte nelle ultime settimane a Minneapolis sono ufficialmente “concluse”, secondo quanto dichiarato dai funzionari federali e locali, che hanno confermato la fine della presenza intensificata delle unità dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in diversi quartieri della città.
L’annuncio arriva dopo giorni di preoccupazione tra residenti, associazioni e amministratori, che avevano denunciato un clima di allarme diffuso e un impatto significativo sulle comunità di immigrati, in particolare quelle latinoamericane, somale e asiatiche. Le autorità hanno spiegato che l’operazione aveva l’obiettivo di individuare persone con precedenti penali o ordini di espulsione pendenti, e che gli interventi si sono svolti “nel rispetto delle procedure federali”.
Non sono stati forniti numeri dettagliati sugli arresti, ma fonti interne parlano di un’azione mirata e limitata, pur riconoscendo che la visibilità delle pattuglie ha generato timori ben oltre il perimetro operativo. Per molte famiglie, la presenza di agenti in uniforme ha significato giorni di assenza dal lavoro, bambini tenuti a casa da scuola e una generale sensazione di vulnerabilità.
Le organizzazioni per i diritti civili hanno criticato la gestione dell’operazione, accusando ICE di non aver comunicato in modo trasparente con le autorità locali e di aver creato un clima di intimidazione. Alcuni rappresentanti della città hanno chiesto un incontro urgente con il governo federale per chiarire i criteri utilizzati e per evitare che episodi simili si ripetano senza un coordinamento adeguato.
Minneapolis, che negli ultimi anni ha adottato politiche di protezione per gli immigrati privi di documenti, si trova ora al centro di un delicato equilibrio tra autonomia locale e poteri federali. Nonostante la chiusura formale delle operazioni, la tensione resta palpabile.



