Ghislaine Maxwell ha scelto di invocare il Quinto Emendamento durante una deposizione virtuale a porte chiuse davanti alla Camera di Controllo, rifiutandosi di rispondere a una serie di domande considerate potenzialmente incriminanti. La sessione, durata diverse ore e condotta in videoconferenza dal carcere federale in cui sta scontando la sua condanna, rappresentava un passaggio atteso nell’ambito delle indagini parlamentari sui rapporti e le attività della rete costruita da Jeffrey Epstein. Secondo fonti vicine al comitato, Maxwell avrebbe fatto ricorso alla tutela costituzionale in modo sistematico, limitandosi a confermare la propria identità e a rispondere solo a quesiti di natura procedurale.
I membri della Camera di Controllo speravano di ottenere chiarimenti su contatti, finanziamenti e dinamiche interne alla rete di Epstein, ma la scelta dell’ex socialite ha di fatto impedito qualsiasi approfondimento sostanziale. La decisione, pur pienamente legittima dal punto di vista legale, ha alimentato frustrazione tra alcuni parlamentari, che considerano la deposizione un tassello fondamentale per ricostruire responsabilità e connessioni ancora poco chiare.
La seduta a porte chiuse era stata organizzata per evitare fughe di notizie e garantire un clima meno conflittuale rispetto a un’audizione pubblica. Tuttavia, l’atteggiamento di Maxwell ha confermato le previsioni degli osservatori, secondo cui l’ex collaboratrice di Epstein non avrebbe avuto alcun interesse a collaborare con il Congresso, soprattutto in assenza di benefici legali concreti. Gli avvocati della donna hanno ribadito che qualsiasi dichiarazione potrebbe esporla a nuovi rischi giudiziari, motivo per cui il ricorso al Quinto Emendamento sarebbe stato “inevitabile”. La Camera di Controllo dovrà ora valutare come procedere.



