La psichiatria italiana si trova oggi davanti a una sfida senza precedenti. Negli ultimi vent’anni la società è cambiata a una velocità che non sempre ha permesso di adattare in tempo strumenti, modelli e linguaggi della cura e la psichiatria non sempre è riuscita a restare al passo. Il risultato è una disciplina chiamata a interrogarsi non solo su come curare, ma su chi sta curando e in quale contesto. A delineare questo scenario è lo psichiatra Giovanni Martinotti, che, in una intervista rilasciata al suo collega Valerio Rossi, offre uno sguardo diretto e critico sul futuro della salute mentale in Italia.
Pazienti diversi, problemi più complessi
Uno degli aspetti più evidenti riguarda il cambiamento dei pazienti, in particolare dei più giovani. Le forme “classiche” di disturbo psichiatrico stanno lasciando spazio a quadri clinici più complessi, spesso caratterizzati dalla presenza simultanea di più problemi. “Oggi trovare un esordio psicotico in un ragazzo di diciott’anni senza l’uso di cannabis, alcol o altre sostanze è molto raro”, osserva Martinotti.
L’uso di sostanze, combinato a fragilità emotive e sociali, rende difficile distinguere tra cause e conseguenze del disagio. Questo si riflette soprattutto nei pronto soccorso psichiatrici, dove arrivano situazioni sempre più imprevedibili. “La fascia 15-25 anni che si presenta in pronto soccorso è veramente imprevedibile – spiega lo psichiatra -. In quel momento sbagliare la diagnosi è quasi la norma, perché anche noi siamo spiazzati”.
Neurosviluppo: un tema ancora poco affrontato
A complicare ulteriormente il quadro è l’emergere dei disturbi del neurosviluppo in età adulta. ADHD, disturbi dello spettro autistico e difficoltà cognitive vengono oggi riconosciuti più frequentemente, ma spesso troppo tardi. E molti psichiatri, dice Martinotti, non sono stati formati per affrontarli. Questo significa che molte persone arrivano all’età adulta senza diagnosi e senza supporto adeguato, accumulando frustrazione, isolamento e fallimenti scolastici o lavorativi.
Una professione sotto pressione
Il cambiamento non riguarda solo i pazienti, ma anche chi lavora nei servizi di salute mentale. La carenza di psichiatri, l’aumento della complessità clinica e il peso burocratico stanno mettendo a dura prova il sistema. “Non è un mestiere facile”, riconosce lo studioso, parlando di una professione sempre più esposta al rischio di burnout, pur ammettendo che resta sempre una disciplina centrale per il futuro della sanità: “Ha un impatto sociale enorme. È l’unica specialità che unisce una solida base medica alla comprensione delle relazioni umane e della società”.
Nuove terapie e rivoluzione psichedelica
Guardando ai prossimi anni, uno dei temi più discussi è quello dell’uso terapeutico di sostanze psichedeliche, come ketamina e psilocibina, già oggetto di studi scientifici controllati. Per Martinotti “i potenziali sono enormi. Con i dosaggi giusti e una selezione accurata dei pazienti, queste terapie possono essere rivoluzionarie”. Alcune di queste sostanze, cioè, potrebbero favorire cambiamenti nella plasticità del cervello, aprendo nuove possibilità nel trattamento della depressione e di altri disturbi resistenti alle cure tradizionali. Tuttavia, l’entusiasmo deve andare di pari passo con la prudenza. “Dobbiamo essere molto cauti – avverte lo psichiatra -. Non sono soluzioni miracolose e un uso improprio può avere conseguenze gravi”.
Le nuove forme del disagio mentale
Riassumendo, il “nuovo disagio mentale” di cui parlano psichiatri come Giovanni Martinotti non riguarda solo le patologie classiche, ma forme di sofferenza legate ai cambiamenti sociali, tecnologici e culturali degli ultimi anni. L’uso precoce e combinato di alcol, cannabis, droghe sintetiche e nuove sostanze (NPS) crea quadri clinici più complessi rispetto al passato. Spesso i pazienti che ne fanno uso presentano esordi psicotici o disturbi comportamentali ibridi, difficili da diagnosticare con i criteri tradizionali. Come abbiamo detto, a questo si aggiungono i disturbi del neurosviluppo tardivamente diagnosticati come l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e i disturbi dello spettro autistico, che oggi emergono anche in giovani adulti e che non sono stati riconosciuti in età scolare, provocando problemi di inserimento sociale, lavorativo e relazionale e aumentandone la complessità clinica.
L’Ansia e la depressione giovanile sono spesso legate all’uso massiccio di social media, che provoca una sensazione di confronto costante, ansia da prestazione, disturbi del sonno. Anche la pandemia ha fatto la sua parte, aumentando depressione, ansia e disturbi alimentari soprattutto nei ragazzi. I giovani sono sottoposti anche a molto stress e burnout, legati alla pressione scolastica e lavorativa, con conseguente ansia generalizzata, irritabilità e difficoltà relazionali.
Questa è anche un’epoca caratterizzata dalle dipendenze comportamentali: gioco online, videogioco patologico, shopping compulsivo online, dipendenza da smartphone e social, che spesso non provocano disturbi medici, ma hanno comunque forti ripercussioni psicologiche e relazionali.
Infine, esistono i disturbi legati ai cambiamenti culturali e ambientali. Ne è un tipico esempio l’ansia climatica, ossia la paura per il futuro del Pianeta, legata al senso di impotenza e alla depressione eco ansiosa. Ultimi, ma non ultimi tra i disagi mentali tipici della nostra epoca, i disturbi identitari relativi alla fluidità di genere, generati dalla pressione mediatica e dai modelli sociali in rapida evoluzione.
Una sfida culturale, oltre che clinica
Nei prossimi cinque anni, dunque, la psichiatria italiana sarà chiamata a rivedere i propri modelli, aggiornare la formazione e dialogare di più con la società. Ma il suo futuro non si dovrà giocare solo negli ospedali o nei laboratori, ma anche nella comunicazione e nella cultura. Parlare correttamente di salute mentale, ridurre lo stigma e distinguere tra uso terapeutico e abuso di sostanze sarà fondamentale. La sfida è complessa, ma necessaria: comprendere il disagio mentale in un mondo che cambia per poterlo davvero curare.



