Nella tarda serata di martedì l’Egitto ha autorizzato l’ingresso dalla Striscia di Gaza di 50 pazienti palestinesi e 84 accompagnatori, trasferiti negli ospedali del Sinai settentrionale, in particolare ad Al-Arish, dove le strutture sanitarie erano in stato di massima allerta. Si tratta di feriti di guerra e malati cronici le cui condizioni sono peggiorate con il collasso del sistema sanitario di Gaza, ormai privo di medicinali, attrezzature e personale. I numeri restano però largamente insufficienti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, dalla riapertura limitata del valico di Rafah si sono registrate solo cinque evacuazioni mediche, con sette accompagnatori, a fronte di almeno 18.500 persone che necessitano di cure fuori dalla Striscia, molti dei quali bambini. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha chiesto la riapertura immediata dei corridoi sanitari anche verso la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Sul terreno i transiti restano irregolari. Fonti palestinesi riferiscono che ieri solo dodici persone sono riuscite a rientrare a Gaza dall’Egitto, mentre trenta palestinesi sarebbero stati respinti dopo essere stati fermati e interrogati nei pressi del valico, con il sequestro dei loro effetti personali. Hamas accusa Israele di “limitare fortemente” l’ingresso di aiuti umanitari, carburante e gas, nonostante l’avvio della seconda fase del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. “Con il peggioramento delle condizioni meteo, la situazione degli sfollati nelle tende sta diventando catastrofica”, ha dichiarato il portavoce Hazem Qassem.
Ong: rischio di sfollamento forzato
Le organizzazioni umanitarie avvertono del rischio di uno sfollamento forzato. ActionAid denuncia che, senza un accesso sicuro e su larga scala, Rafah rischia di diventare “uno strumento di pulizia etnica”. Secondo le stime, circa 20.000 persone necessitano di cure all’estero e oltre un migliaio sarebbe morto negli ultimi mesi in attesa di evacuazione.
Albanese: Gaza non è una “riviera”
Sul piano politico, a Roma la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha presentato alla Camera il rapporto Genocidio a Gaza: un crimine collettivo. Intervenendo sul piano di ricostruzione promosso dagli Stati Uniti, Albanese ha affermato che “non si ricostruisce niente su fosse comuni, non si ricostruisce niente su una scena del crimine”, aggiungendo che parte di Gaza dovrebbe diventare un memoriale. Ha inoltre annunciato un futuro studio sull’“ecocidio”, legato alla contaminazione ambientale causata dalla guerra.
Netanyahu incontra Witkoff, sullo sfondo Iran e sicurezza
Intanto a Gerusalemme è in corso il confronto tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, arrivato in Israele in vista di successivi colloqui con Teheran. Secondo indiscrezioni, Netanyahu starebbe sollecitando Washington a mantenere una linea dura nei negoziati con l’Iran. Al tavolo sono presenti anche i vertici della sicurezza israeliana. Sempre in Israele, i media riferiscono che sarà presentato un atto d’accusa contro Bezalel Zini, fratello del capo dello Shin Bet, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto traffico illecito di merci verso Gaza. Zini e altri sospettati sono accusati di contrabbando di sigarette e di trasferimento di beni potenzialmente utilizzabili per fini terroristici. La difesa ha contestato la diffusione dei nomi degli indagati, sostenendo che possa metterli in pericolo.
La Spagna condanna i bombardamenti e chiede il rispetto della tregua
Sul fronte diplomatico, la Spagna ha condannato duramente i bombardamenti israeliani sulla Striscia, parlando di “centinaia di morti” e chiedendo il pieno rispetto del cessate il fuoco e del diritto internazionale umanitario. Madrid ha ribadito il proprio sostegno a una soluzione politica basata sui due Stati, invitando tutte le parti a evitare ulteriori escalation in una fase già estremamente fragile.



