Navi da guerra, aerei da rifornimento e caccia statunitensi continuano a essere dispiegati tra il Golfo e il Mediterraneo orientale mentre cresce anche la mobilitazione israeliana. In parallelo, Unione europea e alleati regionali alzano il livello di allerta contro il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, in un quadro di tensione che si fa sempre più instabile.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito di preferire una soluzione negoziale, senza però escludere l’uso della forza. “Sarebbe una gran cosa se non dovessimo usarla”, ha dichiarato, precisando che Washington sta comunque rafforzando la propria presenza militare nella regione. Secondo indiscrezioni della stampa internazionale, sul tavolo del presidente sarebbero state presentate diverse opzioni operative, dagli attacchi mirati contro infrastrutture militari fino a operazioni più ampie, comprese incursioni terrestri limitate. Al momento, spiegano fonti vicine all’amministrazione, la linea sarebbe quella di una pressione graduale, basata su deterrenza militare e messaggi diretti alla leadership iraniana.
Sul fronte europeo, l’Unione ha compiuto un passo destinato a irrigidire ulteriormente i rapporti con Teheran, dando il via libera alla designazione dei Pasdaran come organizzazione terroristica. Una decisione definita dall’Iran “illegale e provocatoria”, che secondo le autorità di Teheran avrà conseguenze dirette nei rapporti con i Paesi europei. In questa direzione si muove anche il Regno Unito, dove il governo sta lavorando a una legislazione che consentirebbe di mettere formalmente al bando le Guardie Rivoluzionarie, attribuendo nuovi poteri alle forze di sicurezza, dal sequestro dei passaporti ai controlli mirati in contesti considerati ad alto rischio. Il provvedimento non seguirà un iter accelerato, ma segnala una crescente convergenza occidentale su una linea di fermezza.
Da ambienti governativi iraniani trapela intanto che sono allo studio misure di ritorsione. Tra le ipotesi figurano il trasferimento della protezione delle sedi diplomatiche europee alle Guardie Rivoluzionarie, controlli rafforzati sulle navi dirette verso porti europei, l’espulsione degli addetti militari stranieri e la revoca dei protocolli aeroportuali agevolati per i diplomatici dell’Ue. Scelte che, se confermate, aggraverebbero ulteriormente relazioni già fortemente compromesse. La reazione di Teheran si accompagna a toni durissimi anche sul piano militare.
Lo Stato maggiore delle forze armate ha avvertito che le “conseguenze di questa decisione ostile ricadranno sui responsabili politici europei”, mentre i vertici dell’esercito hanno ribadito che le basi statunitensi in Medio Oriente rientrano nel raggio d’azione dei missili e dei droni iraniani. Un’eventuale risposta a un attacco, avvertono fonti militari, non sarebbe “né limitata né breve” e coinvolgerebbe l’intera regione.
Tentativi di mediazione
L’allarme per una possibile escalation è stato rilanciato anche a livello internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invocato l’avvio di un dialogo sulla questione nucleare iraniana per scongiurare una crisi dalle “conseguenze devastanti” per il Medio Oriente.
Sul piano regionale, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha confermato la disponibilità di Ankara a facilitare un dialogo tra Washington e Teheran, proponendo un formato trilaterale per ridurre il rischio di escalation. In questo contesto, la Turchia ospita il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per una serie di colloqui dedicati alla gestione della crisi.
Anche altri attori regionali stanno definendo le proprie posizioni. L’Azerbaigian ha assicurato che non concederà il proprio spazio aereo per eventuali operazioni militari contro l’Iran, mentre Paesi europei extra-Ue, come la Norvegia, hanno annunciato l’allineamento alle nuove sanzioni contro esponenti e strutture iraniane ritenute responsabili della repressione interna.



