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Lago artificiale di Bomba, in Abruzzo

Sotto la diga

domenica, 25 Gennaio 2026
3 minuti di lettura

Sotto il lago artificiale di Bomba, in Abruzzo, esiste da decenni un giacimento di gas naturale mai sfruttato per motivi di sicurezza. Dal 2009 quel progetto è tornato, riaprendo una lunga vicenda fatta di studi geologici, pareri tecnici contrari e mobilitazione civica. Una storia che va oltre il gas e interroga il modo in cui in Italia si decide cosa è lecito rischiare nei territori fragili.

A Bomba, in provincia di Chieti, il lago è parte della vita quotidiana. È lì da sempre, o quasi. Ci si passa davanti andando a lavorare, lo si guarda cambiando stagione, lo si indica ai bambini come si indicano le cose che non hanno bisogno di essere spiegate. È un lago artificiale, nato tra il 1956 e il 1960, quando l’Italia costruiva dighe e autostrade come se il futuro fosse una certezza. La diga è in terra battuta. Massiccia, silenziosa, apparentemente immobile.

Sotto quel lago, e sotto quella diga, c’è un giacimento di gas naturale.

Non lo si vede, eppure è lì. Ed è questo il punto.

A Bomba vivono poco più di ottocento persone. Non è un luogo che finisce sui giornali né una meta turistica di massa. È uno di quei paesi che resistono per affetto, per radicamento.

Da oltre quindici anni, gli abitanti di Bomba e dei comuni intorno vivono dentro una storia che nessuno aveva scelto: quella di un progetto di estrazione del gas che, secondo loro e secondo numerosi enti tecnici, mette a rischio la stabilità del territorio.

È una vicenda lunga, documentata, fatta di pareri contrari, sentenze, studi geologici, assemblee pubbliche, osservazioni tecniche. Ed è anche una storia che racconta molto di come funziona oggi il potere decisionale in Italia.

Perché qui non si discute solo di gas.

Si discute di chi decide cosa è accettabile rischiare.

Un giacimento che si conosceva già

Il giacimento di Bomba non è una scoperta moderna. Fu individuato dall’AGIP già nella seconda metà degli anni Cinquanta, negli stessi anni in cui veniva costruita la diga. All’epoca, l’Italia era nel pieno della sua espansione industriale, e ogni risorsa energetica sembrava un’opportunità.

Eppure, dopo studi e valutazioni, si decise di non sfruttarlo.

Non per motivi politici né per mancanza di tecnologia. Ma per un problema preciso: la subsidenza.

La subsidenza è un fenomeno geologico noto: quando si estraggono fluidi dal sottosuolo, gli strati che li contenevano tendono a collassare, causando un lento abbassamento del terreno. È una deformazione silenziosa, progressiva, spesso irreversibile.

In un’area normale, è già un problema. Sotto una diga in terra battuta costruita negli anni Cinquanta, è qualcosa di molto più serio.

È per questo che, allora, l’AGIP si fermò.

Per decenni, il giacimento rimase lì. Invisibile. Dormiente.

Poi, nel 2009, qualcosa cambiò.

Il progetto ritorna

Nel 2009, una multinazionale americana, la Forest CMI, presentò un progetto per la coltivazione del giacimento. Da quel momento, per la popolazione di Bomba e dei comuni limitrofi, iniziò una storia fatta di carte, incontri, ricorsi, relazioni tecniche e una sensazione costante: quella di dover dimostrare, ogni volta, che la propria paura non era emotiva, ma razionale.

Negli anni successivi, i progetti cambiarono. Le società cambiarono nome. Le tecnologie furono aggiornate. Ma il nodo non cambiò mai.

Il nodo era sempre lo stesso: estrarre gas sotto una diga è sicuro?

Il territorio in cui si inserisce questo progetto non è neutro. È un’area già segnata da fragilità geomorfologiche, da dissesto idrogeologico, da instabilità. È un sistema delicato, che vive di equilibri sottili.

Eppure, a più riprese, il progetto è tornato.

Ogni volta, con un nuovo vestito. Ogni volta, con una nuova promessa.

E ogni volta, con la stessa domanda irrisolta.

Non è una protesta: sono atti

Una delle cose che colpiscono, studiando questa vicenda, è che non si tratta di una classica contrapposizione tra cittadini e istituzioni basata su slogan o paure generiche. Qui ci sono documenti.

Ci sono pareri negativi espressi da organi tecnici. Ci sono osservazioni geologiche. Ci sono sentenze.

Nel corso degli anni, il progetto è stato bocciato o fortemente criticato da:

– il Comitato VIA del Ministero dell’Ambiente
– il Comitato VIA della Regione Abruzzo
– la Provincia di Chieti
– numerosi enti locali

Ma soprattutto, nel 2014, dal Consiglio di Stato.

Il Consiglio di Stato non è un comitato ambientalista. È il massimo organo della giustizia amministrativa italiana.

E nella sua sentenza, ha richiamato un principio preciso: il principio di precauzione.

In presenza di rischi potenzialmente gravi e irreversibili, soprattutto in territori già fragili, non si può procedere come se nulla fosse. L’assenza di certezza assoluta non è una giustificazione. È un motivo per fermarsi.

È un principio che, sulla carta, dovrebbe guidare le politiche ambientali europee.

Eppure, a Bomba, qualcosa è andato in un’altra direzione.

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