Leggendo Guerra e pace di Lev Tolstoj, ci siamo imbattuti nel personaggio dell’abate italiano in esilio, nel salotto della principessa Anna Pavlovna Scerer: chi era?
Era un personaggio d’invenzione, ma ispirato alla figura reale del conte Joseph de Maistre che in Russia svolgeva il ruolo di ministro plenipotenziario del Regno di Sardegna, alla corte dello zar Alessandro I. Questo solo per attestare la popolarità che de Maistre aveva in quei tempi e luoghi, nonostante le vicissitudini — non esclusa la narcolessia —, fino alla rottura con lo zar, e il suo rimpatrio nel 1817.
«Come dovevano splendere quelle architetture al principio del secolo scorso, quando Joseph de Maistre descriveva nella prima delle sue Soirées de Saint-Pétersbourg l’incanto d’una sera estiva sulla Neva», diceva Mario Praz, il “prìncipe” degli anglisti…
Oggi molti conoscono il grande poeta francese Charles Baudelaire, considerato il padre della modernità letteraria: ma quanti sanno che Baudelaire, per sua stessa ammissione, riteneva Joseph de Maistre colui che gli aveva insegnato a ragionare? Il fantasma del conte di Chambéry — il “Platone delle Alpi”, come lo chiamava Lamartine — è come se ci proponesse nuovamente una sua domanda centrale e scomoda: su cosa si fonda davvero l’obbedienza, una volta dissolte religione e tradizione?
Epperò, chi comprese, meglio di lui, gli effetti nefasti della Rivoluzione francese? I cui danni si riverberarono nello Zeitgeist europeo…
Chi influenzò la teologia politica di Carl Schmitt, autore centrale anche nelle riflessioni filosofiche di Massimo Cacciari?
Qui si potrebbe aprire una piccola digressione sul significato terminologico di “rivoluzione”: cosa significa in astronomia? Con riferimento al moto di un pianeta o di un satellite, la rivoluzione siderale è il tempo che l’astro, visto dal centro di moto, impiega per ritornare nella stessa posizione tra le stelle. In questo senso, un termine come “rivoluzione conservatrice” appare più perspicuo, se lo si intenda come un cambiamento nel rispetto di un ordine del cosmo e della Natura (e di Dio, per i credenti), e un ritorno all’origine (che è la vera originalità).
Dico questo per instillare un dubbio e proporre un paradosso (caro al modo di argomentare di de Maistre), sul vero significato di termini quali “rivoluzione”, “contro-rivoluzione”, “restaurazione” ecc. Non si risentano i “progressisti dogmatici”, ma a giudicare da una serie di opere di Maistre, uscite di recente, il pensatore savoiardo pare oggetto di una riscoperta.
In questo quadro si colloca il volume di Riccardo Pedrizzi, Joseph de Maistre – Un conservatore contro le ideologie (Edizioni Solfanelli, 2025, pp. 150), con presentazione di Marcello Veneziani. Il testo si distingue per chiarezza espositiva, rigore argomentativo e capacità di sintesi, offrendo una ricostruzione puntuale del pensiero maistriano, i cui nodi teologici e politico-filosofici restano da sciogliere, non per carenze interpretative, bensì per la natura stessa di una riflessione che affronta il rapporto problematico tra Provvidenza, violenza e storia. L’opera include inoltre un’antologia significativa, con brani tratti dalle Considerazioni sulla Francia (1796), e col Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche (1814).
Pedrizzi privilegia il de Maistre politico e filosofo del diritto, ma accenna pure al capolavoro Le serate di Pietroburgo, costruito sul modello dei dialoghi platonici. «E la lezione di Platone per il Nostro fu questa: importanza preminente va data alla sfera dei valori spirituali, eroici e ideali; immediatamente dopo ci sono gli àmbiti economici, sociali e materialistici. Proprio per questo l’Autore, in quasi tutte le opere, tratta dell’uomo, della società, della nazione, e dello Stato», scrive Pedrizzi, che si attiene a questa progressione, nel mettere a fuoco il pensiero del conte.
Quindi bisogna partire dall’uomo concreto, ma negando l’esistenza di uno stato di natura: «[…] Or non v’è uomo nel mondo. Io ho veduto, nel corso della mia vita, Francesi, Italiani, Russi ecc. […] ma in quanto all’uomo, dichiaro di non averlo incontrato giammai: se esiste, esiste senza che io lo sappia»; così il conte si pone in contrasto col pensiero settecentesco, con la costituzione del 1795, e nega l’Uomo e la Ragione astratti degli illuministi.
De Maistre non risparmiava frecciatine a Voltaire e a Rousseau.
Questa è bella, in una nota a p. 126: «[…] — Parini, sebbene avesse la testa guasta del tutto, ha pure avuto il coraggio di dire a Voltaire, parodiando Dante: “Sei Maestro… di coloro che credon di sapere” (Mattino, II). La frase è giusta». Oppure: «Voltaire, che parlò di tutto per un secolo senza esser mai penetrato oltre la superficie…». Anni dopo, Baudelaire definì Voltaire “il filosofo delle portinaie”.
Il Settecento e la Rivoluzione francese erano per de Maistre diabolici: «Non fu dunque se non alla prima metà del XVIII secolo che l’empietà divenne una potenza»; o altrove: «Nella Rivoluzione francese evvi [vi è] un carattere diabolico che la distingue da tutto ciò che finor si è veduto». C’era qualcosa di meccanico nella Rivoluzione. E perfino Robespierre finì con la mascella rotta sotto la ghigliottina! Perché, come diceva il conte, non sono gli uomini che guidano la Rivoluzione, ma è la Rivoluzione che guida gli uomini. E la Controrivoluzione non è una Rivoluzione al contrario, ma è… il contrario della Rivoluzione!
Un evento epocale, dunque, e un punto di non ritorno. Fino alla Restaurazione del 1815, forse l’ultima speranza, per il savoiardo, di veder trionfare le sue idee.
C’è in de Maistre una concezione organica dello Stato e dei corpi intermedî, così che le rivoluzioni sembrerebbero batterî: «la legge umana promana dalla legge divina; la costituzione politica non può nascere dalla creatività umana ma germoglia spontaneamente dall’esperienza umana e dall’ispirazione divina; non c’è una costituzione che valga per tutti i popoli, ogni nazione deve avere una propria costituzione; la vera costituzione non è scritta ma vive nell’anima dei popoli, tramandata nella sua storia e tradizione; ogni costituzione deve essere permeata di religiosità, non può prescindere dal suo fondamento», questi, secondo Marcello Veneziani, sono i cinque punti del pensiero di Maistre ben sintetizzati da Riccardo Pedrizzi.
«L’uomo in rapporto col suo Creatore è sublime, e la sua azione è creatrice: al contrario, appena si separa da Dio e agisce da solo, non cessa di essere potente, perché è un privilegio della sua natura; ma la sua azione è negativa e non riesce che a distruggere», scriveva de Maistre nel paragrafo XLV del Saggio, alludendo al peccato originale che nella cultura di oggi pare quasi rimosso.
E lasciando questo mondo, il conte esclamò: «Muoio con l’Europa. È un andarsene in buona compagnia».
Il grande critico letterario Sainte-Beuve, legato al circolo romantico di Victor Hugo e al mito della Rivoluzione francese, stranamente ne fu attratto.
Andrea Margiotta



