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Donald Trump, Presidente Usa
Donald Trump, Presidente Usa

Iran, repressione interna e minacce. Trump: “Rischia di essere cancellato dalla faccia della terra”

mercoledì, 21 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

Mentre in Iran proseguono la repressione interna e il blackout informativo imposto dal regime, lo scontro con gli Stati Uniti entra in una fase di massima tensione politica e strategica. L’escalation verbale tra Teheran e Washington si accompagna a movimenti militari concreti e a un clima di crescente incertezza sugli sviluppi futuri.
Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana, il presidente Donald Trump starebbe sollecitando i propri consiglieri a elaborare opzioni militari definite “decisive” contro l’Iran. Tra le ipotesi in discussione figurano anche scenari che andrebbero oltre operazioni mirate, arrivando a contemplare un possibile cambio di regime. Al momento non risulta presa alcuna decisione definitiva, ma asset militari statunitensi, tra cui una portaerei e caccia, sono in fase di dispiegamento verso il Medio Oriente.
Trump ha inoltre ribadito pubblicamente che, qualora Teheran fosse coinvolta in un tentativo di assassinio nei suoi confronti, la risposta americana sarebbe devastante. Le dichiarazioni hanno provocato una reazione immediata dei vertici militari iraniani, secondo cui qualsiasi attacco alla Guida suprema Ali Khamenei equivarrebbe a un’aggressione contro l’intero mondo musulmano.
Nonostante il tono incendiario, il presidente statunitense ha mantenuto una certa ambiguità sugli sviluppi futuri. Interrogato sulla possibilità di un’azione militare diretta, ha evitato impegni espliciti, limitandosi ad affermare che “non è possibile sapere cosa accadrà” e che la situazione resta sotto osservazione.
Sul fronte europeo, prevale invece un approccio prudente. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha osservato che l’opposizione iraniana appare frammentata e, allo stato attuale, priva della forza necessaria per rappresentare un’alternativa politica credibile al regime. Una valutazione che rafforza l’immagine di uno stallo pericoloso, segnato da repressione interna, isolamento internazionale e dalla crescente tentazione, a Washington, di risolvere il dossier iraniano con la forza.

Arresti e repressione

Sul piano interno, continuano arresti e operazioni di sicurezza condotte dalle Guardie della Rivoluzione. Le autorità iraniane hanno annunciato l’uccisione di Golmohammad Shahoozehi, indicato come uno dei leader del gruppo takfiri Ansarollah, e l’arresto di altri undici membri nel sud-est del Paese, nella provincia del Sistan-Baluchistan. Secondo la versione ufficiale, il gruppo stava pianificando attacchi armati e durante le operazioni sarebbero state sequestrate armi e munizioni. L’episodio si inserisce in un contesto di crescente militarizzazione della risposta del regime alle tensioni interne.
Parallelamente, il controllo sull’informazione resta pressoché totale. Secondo i dati dell’osservatorio Netblocks, l’Iran è senza accesso a internet su scala nazionale da oltre 300 ore consecutive, una delle interruzioni più lunghe degli ultimi anni. Il blackout, in vigore dall’8 gennaio, viene giustificato da Teheran come misura di sicurezza, ma per numerosi osservatori internazionali rappresenta uno strumento per oscurare la repressione e limitare la circolazione di immagini e testimonianze sulle proteste.
In questo contesto si inserisce anche l’avvertimento lanciato dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. In un intervento pubblicato sulla stampa americana, il capo della diplomazia iraniana ha dichiarato che Teheran risponderà “con tutte le forze a disposizione” a qualsiasi nuovo attacco, sottolineando che un conflitto su vasta scala non sarebbe né breve né circoscritto. Pur ribadendo che l’Iran non cerca la guerra, Araghchi ha avvertito che un’escalation militare avrebbe conseguenze regionali e globali, colpendo anche economie e popolazioni lontane dal Medio Oriente.
Le sue dichiarazioni arrivano mentre il suo invito al Forum Economico Mondiale di Davos è stato revocato, ufficialmente a causa della repressione in corso nel Paese. Un segnale politico che contribuisce ad accentuare l’isolamento internazionale di Teheran, mentre il rischio di una nuova escalation resta sullo sfondo.

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