Negli ultimi anni, in diversi istituti penitenziari italiani, attività come l’uncinetto e il lavoro a maglia sono state integrate nei percorsi trattamentali previsti dall’ordinamento, anche per gli uomini. Sebbene si tratti di numeri ancora contenuti rispetto alla massa detentiva, non si tratta solo di un’attività manuale, ma di un prisma attraverso cui osservare una trasformazione culturale profonda: la rinegoziazione del tempo e dello spazio in un regime di privazione della libertà.
Un mercato del tempo: tra attesa e azione
La condizione detentiva ordinaria è segnata da una cronicità statica. Secondo i dati dell’Amministrazione penitenziaria, se circa il 68% dei detenuti accede ad attività trattamentali, solo poco più del 30% è inserito in un’attività lavorativa continuativa. La maggioranza sperimenta una detenzione fatta di interruzioni e giornate che si somigliano tutte. In questo spazio si collocano i laboratori artigianali. Non sono semplici passatempi, ma strutture che ridefiniscono il ritmo quotidiano. L’uncinetto non “riempie” il tempo: lo lega.
Ogni punto richiede attenzione; ogni errore costringe a fermarsi, a tornare indietro, a rifare. È una pratica che rende visibile una relazione semplice e spesso assente in carcere, quella tra azione e conseguenza.
Dal corpo osservato al gesto che resta
Il passaggio dalla passività della cella al fare manuale non è solo occupazionale, ma antropologico. Il corpo del detenuto maschio, storicamente sottoposto a codici di forza e iper-visibilità, viene reinterpretato attraverso un gesto lento e non competitivo. Una testimonianza diretta raccolta durante il progetto “Sferruzzando la libertà”, promosso nel carcere di Salerno, ne spiega tutta l’importanza: “In carcere il tempo è un peso che ti schiaccia, è tutto un’attesa di qualcosa che non arriva mai. Lavorare con le mani sposta il peso. Non sei più tu che aspetti il tempo, è il tempo che segue te, punto dopo punto. Ti dà la sensazione di riprenderti un pezzetto di vita che ti era stato tolto.”
L’antropologo Tim Ingold ha mostrato come il fare manuale non consista nel raggiungere rapidamente un risultato, ma nel seguire una linea che prende forma mentre viene tracciata. Nelle sezioni maschili, spazi ad alta densità relazionale, questo gesto produce uno scarto: sposta l’attenzione dal confronto fisico alla precisione del movimento. Se il gesto si interrompe, il lavoro si ferma. Se continua, qualcosa avanza.
Le radici della permanenza: abitare la quotidianità
Marcel Mauss, antropologo e sociologo francese, parlava di “tecniche del corpo” per indicare quei gesti appresi che strutturano il nostro abitare il mondo. In questo senso, l’uncinetto introduce una tecnica che non serve a dominare né a resistere, ma a restare. Mani occupate, attenzione distribuita, tempo che prende forma punto dopo punto.
Esperienze come quelle del carcere di Milano-Bollate dimostrano che questi laboratori possono trasformarsi in produzione collettiva, capace di dialogare con l’esterno. Tuttavia, la loro forza non risiede nell’eccezione simbolica, ma nella loro ordinarietà. Fuori dalle mura gesti analoghi sono stati interpretati come pratiche di socialità. Si pensi, ad esempio, all’esperimento dell’uncinetto al cinema nato a Brescia. Dentro, però, lo stesso gesto cambia statuto: non è una scelta culturale, ma una delle poche forme di continuità possibile in un tempo frammentato. Questi laboratori raccontano come la società stia ridefinendo la frontiera tra autonomia e controllo. Non promettono una trasformazione magica, ma offrono una modalità diversa di attraversamento della pena. Non parlano solo di carceri, ma del bisogno umano di non perdere il proprio tempo, quanto piuttosto di abitarlo. Anche se solo per qualche ora.

