Il presidente Donald Trump ha rivendicato con enfasi i risultati della sua politica commerciale, dichiarando che i dazi imposti negli ultimi anni hanno portato agli Stati Uniti “oltre 18.000 miliardi di dollari” in entrate e benefici economici. Un’affermazione che arriva in un momento di forte tensione con Pechino, ma che si scontra con i dati ufficiali sul commercio globale. Nel 2025, infatti, la Cina ha registrato un surplus commerciale record di 1.189 miliardi di dollari, il più alto della sua storia economica. Le esportazioni sono cresciute del 5,5%, mentre le importazioni sono rimaste stabili, segno che le misure tariffarie statunitensi non hanno frenato la capacità di Pechino di espandere la propria presenza sui mercati internazionali. Secondo l’Amministrazione generale delle Dogane cinese, gli esportatori hanno diversificato le destinazioni, spostando la produzione verso l’Unione Europea e il Sud-est asiatico, riducendo la dipendenza dal mercato statunitense. Nel solo mese di dicembre, il surplus ha superato i 114 miliardi di dollari, settimo mese consecutivo sopra quota 100. Trump, dal canto suo, ha rilanciato la narrativa del successo, sostenendo che i dazi “hanno salvato milioni di posti di lavoro americani” e che “la Cina non può più approfittarsi di noi”. Tuttavia, analisti economici avvertono che il surplus cinese potrebbe accentuare gli squilibri globali, con pressioni su valute, catene di approvvigionamento e rapporti diplomatici. Il contrasto tra la retorica presidenziale e i dati macroeconomici apre un nuovo fronte nel dibattito sulla efficacia reale delle guerre commerciali. Mentre Washington celebra i dazi, Pechino incassa il dividendo di una strategia di adattamento silenziosa ma efficace.



