Secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, l’accesso a Internet è stato interrotto l’8 gennaio solo dopo l’emergere di “azioni terroristiche” durante manifestazioni inizialmente legate a rivendicazioni economiche. In un’intervista ad Al Jazeera, Araghchi ha sostenuto che gli ordini per tali azioni arrivassero dall’estero. Una tesi che le Ong definiscono “falsa e strumentale”, accusando la Repubblica islamica di voler impedire la diffusione di video e testimonianze sulla repressione. L’osservatorio NetBlocks conferma che il blackout nazionale dura da oltre 108 ore, una delle interruzioni più lunghe mai registrate nel Paese.
Intanto il bilancio delle vittime resta incerto e drammatico. Un funzionario governativo ha riferito a Reuters che i morti sarebbero circa duemila, includendo anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le uccisioni a “terroristi”. Le stime indipendenti sono più caute ma comunque pesanti. L’ong Hrana parla di almeno 646 vittime accertate, tra cui nove minori, con centinaia di segnalazioni ancora da verificare a causa dell’isolamento informativo. L’Onu si è detta “inorridita” per quanto sta accadendo.
A incarnare il volto della repressione è la vicenda di Amir Ali Haydari, 17 anni, ucciso durante una manifestazione a Kermanshah. Secondo il racconto del cugino Diako, il ragazzo sarebbe stato colpito al cuore e poi brutalmente picchiato mentre agonizzava. Alla famiglia sarebbe stato imposto un certificato di morte falso, che parla di una caduta accidentale. Video diffusi da Sky News mostrano agenti in borghese sparare contro i manifestanti, mentre i familiari raccontano di ospedali pieni di cadaveri e di centinaia di giovani colpiti.
Nel tentativo di arginare il malcontento, il governo ha annunciato un nuovo piano economico che, secondo l’agenzia statale Fars, dovrebbe aumentare il potere d’acquisto degli iraniani. Una mossa tardiva, arrivata dopo settimane di proteste innescate proprio dal crollo del rial e dal carovita, e che difficilmente basta a spegnere una rivolta ormai politica.
La crisi iraniana è diventata anche un terreno di scontro diplomatico. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito la repressione “brutale e sproporzionata”, arrivando a sostenere che il regime sia ai suoi “ultimi giorni”. La replica di Araghchi è stata durissima, con un attacco diretto a Berlino per il sostegno a Israele e un riferimento ai “70mila morti a Gaza”. La Spagna ha convocato l’ambasciatore iraniano, mentre il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha chiesto la fine immediata della repressione, schierando l’Ue “dalla parte di chi chiede diritti e libertà”.
Dagli Stati Uniti il segnale è ancora più netto. Il presidente Donald Trump ha ricevuto dal Pentagono un pacchetto di opzioni che include strumenti militari e operazioni segrete “ben oltre i bombardamenti convenzionali”, secondo quanto riportato da CBS News e dal New York Times. Tra le ipotesi anche attacchi informatici contro le infrastrutture iraniane. Sul piano economico, Trump ha annunciato dazi del 25 per cento contro qualsiasi Paese che continui a commerciare con Teheran e ha invitato tutti i cittadini americani a lasciare immediatamente l’Iran.
La reazione cinese non si è fatta attendere. Pechino ha condannato quelle che definisce “sanzioni unilaterali illegali”, ribadendo che “coercizione e pressione non risolvono i problemi” e promettendo di difendere i propri interessi. Intanto, secondo il Wall Street Journal, le autorità iraniane stanno dando la caccia agli utenti di Starlink, uno dei pochi strumenti rimasti per aggirare la censura e far uscire immagini delle proteste.
Sul futuro del Paese si affaccia anche la voce del principe Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che sostiene di avere già pronto un piano per il “dopo ayatollah”, con una fase di transizione di 180 giorni per garantire servizi e sicurezza. Parole che alimentano ulteriormente la percezione di un regime sotto assedio, isolato all’interno e sempre più esposto a pressioni esterne.


