Le relazioni tra Stati Uniti e Iran rappresentano una delle dinamiche geopolitiche più intricate e conflittuali del panorama internazionale contemporaneo. Questo rapporto, caratterizzato da decenni di tensioni, incomprensioni e scontri indiretti, affonda le radici in eventi storici che hanno profondamente segnato entrambi i paesi.
I rapporti tra Washington e Teheran non sono sempre stati ostili. Durante il regno dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran era considerato un alleato strategico degli Stati Uniti nella regione mediorientale, fungendo da baluardo contro l’espansione sovietica durante la Guerra Fredda. Tuttavia, il colpo di stato del 1953, orchestrato dalla CIA e dai servizi segreti britannici per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadegh, ha lasciato cicatrici profonde nella memoria collettiva iraniana.
La svolta decisiva avvenne nel 1979 con la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, che rovesciò lo Scià e instaurò una Repubblica Islamica fortemente anti-americana. La crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran, durata 444 giorni, segnò la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche, mai più ristabilite.
In questo senso, la Rivoluzione del 1979 non appare come un’improvvisa deriva ideologica, ma come la risposta radicale a decenni di percepita subordinazione. La crisi degli ostaggi non è stato solo un evento diplomatico, ma un trauma fondativodell’inimicizia reciproca, che ha cristallizzato l’immagine dell’altro
È su questa stratificazione storica che si inseriscono le tensioni odierne.
La questione del programma nucleare iraniano è diventata il fulcro delle tensioni tra i due paesi negli ultimi vent’anni. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno sempre sospettato che Teheran stesse sviluppando armi nucleari sotto la copertura di un programma civile, mentre l’Iran ha costantemente negato queste accuse, rivendicando il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici.
Nel 2015, dopo anni di negoziati, venne raggiunto l’accordo sul nucleare iraniano, formalmente noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), che coinvolgeva Iran, Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania. L’accordo prevedeva severe limitazioni al programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni economiche internazionali.
Tuttavia, nel 2018, l’amministrazione Trump decise unilateralmente di ritirarsi dall’accordo, reimponendo pesanti sanzioni economiche all’Iran. Questa decisione ha innescato una spirale di escalation, con Teheran che ha gradualmente ridotto i propri impegni previsti dall’accordo.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran si manifesta anche attraverso guerre per procura in tutto il Medio Oriente. L’Iran sostiene milizie e movimenti in paesi come Iraq, Siria, Libano, Yemen e nei territori palestinesi, mentre gli Stati Uniti mantengono alleanze con Arabia Saudita, Israele e altri stati del Golfo. Questa rivalità ha contribuito a esacerbare conflitti regionali, dalla guerra civile siriana al conflitto yemenita.
L’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani in un attacco aereo americano nel gennaio 2020 ha portato le tensioni a un punto critico, con l’Iran che ha risposto con attacchi missilistici contro basi americane in Iraq. L’episodio ha dimostrato quanto sia precario l’equilibrio e quanto sia reale il rischio di un conflitto aperto.
Con l’amministrazione Trump nuovamente alla Casa Bianca dal gennaio 2025, le prospettive di riconciliazione sono apparseincerte sin dall’inizio. L’Iran continua a sviluppare il suo programma nucleare, mentre le sanzioni economiche continuano a gravare sulla popolazione iraniana, alimentando tensioni sociali interne.
La comunità internazionale rimane divisa su come gestire la questione iraniana. Alcuni paesi europei continuano a spingere per una soluzione diplomatica e il rilancio dell’accordo sul nucleare, mentre altri alleati degli Stati Uniti sostengono un approccio più duro. Soprattutto Israele che paventa un Iran che potrebbe avere già uranio arricchito a sufficienza per una testata nucleare e che dopo i fatti terribili del 7 ottobre non è più disponibile a tollerare il sostegno fornito dall’ Iran alle milizie terroristiche palestinesi
In questo quadro si inseriscono due variabili. La prima sono le rivolte che scuotono l’ Iran e che vedono l’esercito esitare nel reprimerle, i curdi sono fuori controllo, ma dal XVI secolo sono esclusi dal governo. Ulteriormente i bazar che si rifiutano di aprire nonostante l’ invito del governo. Una condizione quest’ ultima che precedette la fuga dello Shah.
La seconda variabile è la posizione israeliana che pretende che l’ Iran fermi il programma di sviluppo missilistico (oltre che a quello nucleare). L’ ipotesi è che se il Regime dimostrasse di tenere nonostante la defezione di parti dell’ esercito, potrebbe subire un’ ulteriore spallata da un attacco israeliano sostenuti dagli USA, quando non direttamente un attacco congiunto.
In questo quadro vanno fatte due considerazioni. La prima è che se il regime crollasse, difficilmente il ritorno della monarchia sarebbe un’ operazione semplice. Più auspicabile sarebbe un Bonaparte che emergesse dalle file dell’ esercito, magari non filo occidentale, ma nemmeno anti occidentale e anti israeliano. Una figura capace di coniugare nazionalismo e identità, ma al contempo riformare il Paese. Pensare allo Shah significa leggere l’Iran solo attraverso la lente dell’islamismo politico e non aver capito i processi che portarono alla rivoluzione del 79 e che attengono soprattutto a un sentimento nazionale percepito umiliato. La rivoluzione, in questa prospettiva, fu un atto di riappropriazione identitaria tanto quanto un evento teocratico.
La seconda è che un attacco congiunto israelo americano in questa fase potrebbe sortire l’ effetto opposto. Ossia ricompattare il popolo di fronte ad una aggressione esterna. È il meccanismo del “rally ‘round the flag”, ampiamente documentato nella letteratura politologica.
Ciò che appare è che la risoluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran richiederà non solo negoziati sul nucleare, ma anche un confronto più ampio sulle questioni regionali, sui diritti umani e sulla sicurezza reciproca. Il dialogo, per quanto difficile, rimane l’unica alternativa a un’escalation che potrebbe avere conseguenze devastanti per l’intera regione mediorientale e oltre
Il vero nodo non è tecnico, ma politico e storico, e ogni soluzione duratura dovrà fare i conti con questa profondità.



