L’Iran ha vissuto un’altra notte di proteste di massa, con migliaia di persone scese in strada nonostante la repressione e il blackout quasi totale di internet imposto dal regime. Le manifestazioni, esplose per il carovita, l’inflazione e il crollo del rial, continuano ormai da oltre dieci giorni e si sono estese a tutte le 31 province del Paese, coinvolgendo bazar, studenti, lavoratori e quartieri urbani. Secondo le stime più recenti, negli scontri sono morte oltre 60 persone e più di 2.270 manifestanti sono stati arrestati. Alcuni ospedali di Teheran hanno registrato un “numero record” di vittime dall’inizio della repressione, mentre testimoni parlano di militari che sparano sulla folla nelle città più calde del sud-est, come Zahedan. Nel suo ultimo discorso televisivo, la Guida Suprema Ali Khamenei ha attaccato frontalmente il presidente statunitense Donald Trump, che aveva minacciato ritorsioni contro Teheran in caso di ulteriore violenza. “Donald Trump si occupi dei problemi degli Stati Uniti”, ha dichiarato Khamenei, accusando Washington di fomentare i disordini e definendo i manifestanti “terroristi” e “sabotatori”. Trump, dal canto suo, aveva affermato che gli Stati Uniti sono “pronti a colpire” se il regime dovesse intensificare la repressione, mentre da Washington il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito il sostegno americano al “coraggioso popolo iraniano”. Il blackout di internet, che ha messo offline anche diverse agenzie di stampa statali, rende difficoltosa la verifica indipendente degli eventi e alimenta i timori di un’escalation incontrollata. L’Unione Europea ha dichiarato di “monitorare con attenzione” la situazione e ha chiesto a Teheran di fermare immediatamente la violenza contro i civili. Intanto, nelle strade, la protesta non accenna a spegnersi. Gli slogan chiedono la fine del regime e, in alcuni casi, il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dagli Stati Uniti si è detto “pronto a sostenere il popolo iraniano”.



