Durante un’operazione anti-immigrazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis, un agente federale ha sparato e ucciso una donna di 37 anni, a pochi isolati dal luogo dove nel 2020 l’uccisione di George Floyd innescò le proteste del movimento Black Lives Matter. La vittima, Renee Nicole Good, era nata in Colorado, cittadina americana, bianca, poetessa, madre di tre figli. L’episodio è avvenuto in un quartiere residenziale di classe media, nel pieno di una vasta operazione federale che nelle ultime settimane ha portato a oltre 1.500 arresti nello Stato. Per il governo si tratta di un’azione necessaria contro criminalità e “nemici interni”; per una parte crescente della cittadinanza, invece, il segnale di una militarizzazione senza precedenti delle operazioni civili. Centinaia di persone si sono radunate sul luogo della sparatoria e davanti al tribunale, tra veglie di candele, fiori e slogan contro la presenza dell’ICE.
Secondo il Dipartimento della Sicurezza interna, la donna avrebbe ignorato l’ordine di uscire dall’auto, inserito la retromarcia e tentato di allontanarsi, ma contemporaneamente avrebbe “usato il veicolo come un’arma” tentando di investire i federali. Una ricostruzione contraddittoria, smentita dai video diffusi e contestata duramente dal sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che in conferenza stampa ha parlato di “uso sconsiderato del potere”, sostenendo che la vittima sarebbe stata colpita a bruciapelo. “Un abuso che ha portato alla morte di una persona”, ha detto, rivolgendosi direttamente agli agenti federali con un messaggio inequivocabile: “get the fck out of here” (“andatevene da Minneapolis, czzo).
Solidarietà
Da New York, il Sindaco Zohran Mamdani ha espresso solidarietà alla comunità di Minneapolis e agli immigrati, definendo i raid federali “crudeli e disumani” e sottolineando che non aumentano la sicurezza urbana. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha accusato la Casa Bianca di strumentalizzare politicamente la tragedia, mentre nelle strade cresceva la mobilitazione. La segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem ha difeso l’operato dell’ICE, parlando di addestramento applicato “per salvare vite” e annunciando l’intenzione di chiedere al Dipartimento di Giustizia di qualificare come “terrorismo domestico” l’uso di veicoli per ostacolare operazioni sull’immigrazione. Una definizione che amplia ulteriormente il perimetro penale dell’azione federale e che, per molti osservatori, contribuisce a spostare ulteriormente il confine tra ordine pubblico e repressione.
Sulla stessa linea il presidente Donald Trump, che dopo aver dichiarato di aver visto il video ha parlato di “legittima difesa”, accusando la “sinistra radicale” di fomentare l’odio contro le forze dell’ordine. Parole che hanno riacceso lo scontro istituzionale con le amministrazioni locali democratiche e rafforzato l’idea di un conflitto aperto tra potere federale e città santuario.
Cinque anni dopo George Floyd, Minneapolis si ritrova così a interrogarsi sugli stessi nodi irrisolti: l’uso della forza, la responsabilità degli agenti federali, il rapporto tra sicurezza e diritti civili. Ma lo scontro va oltre i confini della città. In un Paese sempre più polarizzato e violento, attraversato da una retorica che normalizza l’eccezione, l’uso della forza e il lessico del nemico interno, la linea che separa l’ordine pubblico dall’intimidazione sistemica appare sempre più sottile, con conseguenze che non riguardano solo i migranti, ma l’intero corpo civile degli Stati Uniti.



