Di fronte all’ondata di proteste che sta attraversando il Paese, il governo iraniano starebbe valutando concessioni economiche significative e potenzialmente rischiose nel tentativo di placare la rabbia dei manifestanti. Le mobilitazioni, esplose a causa del crollo del rial e dell’inflazione fuori controllo, hanno raggiunto Teheran, Isfahan, Shiraz, Mashhad e molte altre città, trasformandosi rapidamente in una contestazione più ampia contro la gestione economica del Paese. Secondo analisti e media locali, l’esecutivo starebbe considerando misure d’emergenza come sussidi diretti, congelamento temporaneo dei prezzi e interventi straordinari sul mercato valutario. Una strategia che, se da un lato potrebbe offrire un sollievo immediato, dall’altro rischia di aggravare ulteriormente la fragilità strutturale dell’economia iraniana, già segnata da anni di sanzioni, corruzione e inefficienze. Il presidente Masoud Pezeshkian ha invitato il ministro dell’Interno a “considerare le legittime richieste dei manifestanti”, un segnale insolito di apertura da parte di un regime che in passato ha risposto con durezza a mobilitazioni simili. Ma la pressione è altissima: l’inflazione ha superato il 42%, mentre il rial ha toccato nuovi minimi storici, alimentando la frustrazione di commercianti, studenti e lavoratori che denunciano l’impossibilità di sostenere il costo della vita. Le proteste, inizialmente focalizzate sul potere d’acquisto, si sono rapidamente intrecciate con rivendicazioni politiche più profonde, come libertà civili e riforme istituzionali, rendendo ancora più complesso il tentativo del governo di contenerle con sole misure economiche. Gli esperti avvertono che concessioni affrettate potrebbero rivelarsi un’arma a doppio taglio: senza riforme strutturali, i sussidi rischiano di essere solo un palliativo, mentre un intervento massiccio sul mercato valutario potrebbe destabilizzare ulteriormente le riserve del Paese. Intanto, nelle strade, la mobilitazione continua.



