La cosiddetta “dottrina Donroe” non nasce come concetto teorico né come elaborazione accademica, ma come etichetta giornalistica. Il termine , una crasi tra Donald e Monroe, viene utilizzato per la prima volta dal New York Post, per descrivere la postura aggressiva e assertiva di Donald Trump nei confronti dell’emisfero occidentale. È Trump stesso, però, a trasformare rapidamente quel soprannome in una cornice politica riconoscibile, facendone il segno di una continuità storica e, al tempo stesso, di una rottura.
La dottrina Monroe, formulata nel 1823, nasceva come dichiarazione difensiva: nessuna interferenza europea nelle Americhe in cambio di non ingerenza statunitense negli affari del Vecchio Continente. Nel corso del Novecento, tuttavia, quel principio è stato progressivamente reinterpretato. Il “corollario Roosevelt” del 1904 ne fece uno strumento di intervento preventivo, legittimando l’azione diretta degli Stati Uniti nei Paesi ritenuti instabili o incapaci di garantire ordine e solvibilità. La Donroe si inserisce in questa genealogia, ma ne aggiorna il senso: non più soltanto contenere potenze esterne, bensì amministrare politicamente la stabilità dell’emisfero in funzione di una competizione globale ormai strutturale.
Le dichiarazioni di Donald Trump in questi giorni su Groenlandia, Cuba e Colombia rendono evidente questo slittamento. La Groenlandia non è America Latina, ma è spazio strategico dell’Atlantico settentrionale e dell’Artico: il suo richiamo rientra in una logica di controllo delle direttrici geopolitiche e militari, in chiave apertamente anti-cinese e anti-russa. Cuba torna a essere un simbolo irrisolto della Guerra Fredda, ma anche un nodo operativo legato al dossier venezuelano e alla presenza cinese e russa nei Caraibi. La Colombia, infine, viene evocata come anello debole di una catena securitaria, dove narcotraffico e sovranità nazionale diventano terreno di possibile intervento.
A differenza del primo mandato, però, questo orientamento non resta confinato alla retorica. La National Security Strategy pubblicata dall’amministrazione Trump nel 2025 codifica esplicitamente un nuovo “corollario” alla dottrina Monroe, impegnando gli Stati Uniti a farla rispettare attivamente nel Western Hemisphere. Il documento lega stabilità regionale, controllo delle rotte migratorie, contrasto ai cartelli e soprattutto contenimento della Cina in un unico quadro strategico. Non è un dettaglio da poco: per la prima volta, la competizione con Pechino viene indicata come la ragione strutturale per riaffermare una supremazia emisferica senza ambiguità.
È qui che la Donroe smette di essere uno slogan e diventa una chiave interpretativa. La Cina, negli ultimi vent’anni, ha investito decine di miliardi di dollari in America Latina, costruendo una presenza economica, finanziaria e diplomatica che ha eroso lo storico monopolio statunitense. Il Venezuela ne è stato il laboratorio più avanzato, ma non l’unico. Dal punto di vista di Washington, la crisi venezuelana e il suo esito rappresentano quindi molto più di un cambio di regime: sono il segnale che l’emisfero non può più essere lasciato a una competizione indiretta e non regolata.
Think tank come il Brookings Institution e il Center for Strategic and International Studies hanno sottolineato come il nuovo atteggiamento americano combini deterrenza militare, pressione economica e gestione politica diretta delle transizioni. È una strategia che riflette anche i limiti di un mondo multipolare: la superiorità militare resta schiacciante, ma il controllo politico è fragile e costoso.
In questo senso, la Donroe si configura come una dottrina di ansia strategica. Gli Stati Uniti riaffermano il proprio spazio storico proprio perché percepiscono di non poter più dare per scontata la propria centralità. La differenza con il passato è che oggi Monroe non parla solo agli europei, ma a Pechino; e non avverte soltanto le potenze esterne, ma anche gli Stati interni all’emisfero. È questo doppio messaggio a rendere la Donroe uno dei segnali più chiari della trasformazione dell’ordine internazionale: un ordine in cui la forza vince ancora le crisi, ma fatica sempre più a governarne le conseguenze.



