Un bilancio che solleva un allarme profondo sulle condizioni del sistema penitenziario italiano. A denunciarlo è Leo Beneduci, Segretario generale dell’Osapp, commentando i dati sulla mortalità negli istituti di pena. “Il dato più allarmante sulle carceri italiane è che parliamo di 238 morti riconducibili alla malasanità penitenziaria in un solo anno, di cui 79 per suicidio”, afferma Beneduci. “Una situazione che nulla ha a che vedere con le responsabilità della Polizia Penitenziaria”.
Per il Segretario generale dell’Osapp, attribuire responsabilità agli agenti è “un’equazione sbagliata”. “La presa in carico clinica, psichiatrica e farmacologica dei detenuti è competenza esclusiva della sanità pubblica negli istituti di pena”, sottolinea.
“Codici rossi che svaniscono”
Secondo Beneduci spetta ai servizi sanitari valutare il rischio di suicidio, stabilire l’idoneità alla permanenza in carcere, gestire diagnosi, terapie e farmaci, oltre a definire protocolli e urgenze cliniche. Nel mirino del sindacato finisce l’uso improprio della formula dell’“imminente pericolo di vita”, che consente il trasferimento immediato in ospedale. “Troppo spesso – denuncia Beneduci – il codice rosso applicato dal medico penitenziario sbiadisce immediatamente una volta arrivati in ospedale. Questo è procurato allarme e spreco di risorse”.
Il fenomeno genera migliaia di accessi ospedalieri e ricoveri urgenti ogni anno, molti dei quali avvengono senza medico a bordo e senza l’utilizzo di mezzi sanitari adeguati. “L’amministrazione penitenziaria tollera che i poliziotti facciano gli infermieri e che i furgoni destinati alle udienze diventino ambulanze di fatto”, accusa Beneduci. Mezzi nati per il trasporto detenuti vengono così riconvertiti in veicoli di emergenza “senza attrezzature, senza personale sanitario e senza le garanzie di un vero soccorso”.
“Malori simulati e farmaci”
A rendere il quadro ancora più critico, secondo l’Osapp, è anche l’uso strumentale delle emergenze sanitarie. “Non è raro che alcuni detenuti simulino malori per ottenere un trasferimento in ospedale, trasformando l’uscita in una sorta di gita”, conclude Beneduci, “talvolta per incontrare familiari avvisati con cellulari illegali o per farsi prescrivere farmaci oppiacei”.



