Ieri le forze speciali statunitensi hanno catturato il Dittatore Venezuelano Nicolas Maduro al termine di un attacco su larga scala e lo avrebbero portato fuori dal Paese per processarlo per le accuse di Narco Terrorismo e acquisto di armi che sarebbero state usate contro gli Stati Uniti.
Attualmente sarebbe detenuto in un luogo imprecisato assieme alla moglie Cilia Flores. Probabilmente si trovano entrambi presso il Detention Center di New York e risultano effettivamente formalmente incriminati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, nell’ambito dei procedimenti avviati dal Southern District of New York già nel 2020.
Sul piano giuridico, l’ipotesi di un’operazione di questo tipo solleverebbe gravi criticità di diritto internazionale. Un intervento coercitivo unilaterale su territorio di uno Stato sovrano, in assenza di un mandato internazionale o di una richiesta di estradizione accolta, si porrebbe in contrasto con i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare con il divieto dell’uso della forza (art. 2, par. 4).
Anche sul piano costituzionale statunitense emergerebbero interrogativi rilevanti: una simile operazione potrebbe richiedere l’autorizzazione del Congresso ai sensi del War Powers Resolution, una interpretazione che l’ex presidente Trump ha storicamente respinto, rivendicando ampi poteri esecutivi in materia di sicurezza nazionale, facendo espresso riferimento al narcotraffico. In ogni caso a favore di Trump bisogna ricordare che tale vincolo è stato sistematicamente aggirato o interpretato in modo elastico da presidenti di entrambi i partiti.
Al di là del profilo legale, resta il dato politico: il regime di Maduro è stato ampiamente qualificato come autoritarismo repressivo, responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani, uso estensivo della forza contro il dissenso e manipolazione dei processi elettorali, come rilevato da numerosi osservatori internazionali. L’Unione Europea, in più occasioni, ha espresso una condanna formale delle elezioni venezuelane, giudicate prive di standard democratici minimi.
Il vero nodo, tuttavia, riguarda il “dopo Maduro”. È tutt’altro che scontato che l’opposizione, e in particolare María Corina Machado – figura simbolica e candidata vincitrice delle primarie – riesca effettivamente ad accedere al potere. La dinamica ipotizzata dell’operazione suggerirebbe piuttosto la possibile esistenza di accordi taciti con settori dell’apparato statale o delle forze armate, elementi che storicamente condizionano ogni transizione venezuelana. Se la Costituzione fosse applicata formalmente, dovrebbero essere indette elezioni entro trenta giorni. Tuttavia la logica suggerisce che il dopo Maduro non possa essere nel segno della continuità politica. Questo fatto apre a possibili scenari di transizione potenzialmente non all’ insegna di un trapasso pacifico. Il fatto è che molti fedelissimi del chavismo occupano ancora posizioni chiave, e vorranno avere un ruolo, salvo cambi d’abito tutt’altro che impossibili. Donald Trump parlando del futuro governo del Venezuela ha fatto espresso riferimento alla Vice Presidente Delcy Eloína Rodríguez Gómez , definendola una ipotesi da valutare. In ogni caso oggi è quasi impossibile fare previsioni se non immaginare una discontinuità nelle politiche.
Questa è la dimensione della cronaca. A un livello più profondo, però, il Venezuela di Maduro ha probabilmente commesso un errore strategico capitale: diventare uno dei principali hub di penetrazione cinese e russa nell’emisfero occidentale.
Pur avendo in passato riaperto spazi alle imprese energetiche statunitensi, la vera svolta nella postura di Washington sembra coincidere con l’annuncio di accordi economici e infrastrutturali di ampia portata con la Cina, in linea con la Belt and Road Initiative.
Quanto al narcotraffico, è indubbio che il Venezuela rappresenti una rotta di transito, ma la letteratura specializzata e i rapporti dell’UNODC lo indicano come attore secondario, lontano dai livelli di produzione e controllo esercitati da altri Paesi della regione. In questo contesto appare quantomeno paradossale la grazia concessa dagli Stati Uniti all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni per narcotraffico, e il suo successivo reinserimento nel gioco politico nazionale con il tacito avallo di Washington.
Il quadro complessivo rimanda alla riattivazione sostanziale della Dottrina Monroe in chiave anti-cinese e anti-russa. Il Presidente USA ha affermato che questa operazione è un monito per gli altri Stati della Regione. Gli Stati Uniti continuano a non riconoscere al Sud America una piena alterità strategica, e non sorprende che gli eventi venezuelani stiano generando forte preoccupazione a Cuba, Nicaragua, ma anche in Brasile e Colombia, quest’ultima prossima a delicate scadenze elettorali. Washington mira a consolidare leadership politicamente allineate nell’intero continente.
In definitiva, stiamo assistendo alla concreta messa in opera del gioco delle sfere di influenza tra i tre grandi poli imperiali – Stati Uniti, Cina e Russia. A questa mossa seguiranno inevitabilmente contromosse, e non è escluso un progressivo irrigidimento della postura cinese, volto a garantire mercati di sbocco esterni vitali per la propria economia.
In questo scenario, Pechino e Mosca, al di là della condanna espressa, si sentiranno ancor più legittimate nelle rispettive rivendicazioni strategiche su Taiwan e Ucraina.
Sono tempi in cui la legalità internazionale appare sempre più subordinata alla gerarchia delle potenze, e ogni atto di forza contribuisce a normalizzare un ordine mondiale in cui le sfere di influenza tornano a contare più delle regole.
Fonti essenziali
- U.S. Department of Justice, Nicolás Maduro and Venezuelan officials charged with narco-terrorism (2020)
- United Nations Charter, art. 2 (4)
- European Union – EEAS, dichiarazioni sulle elezioni venezuelane (2018–2024)
- UNODC, World Drug Report (ultime edizioni)
- Council on Foreign Relations, China’s growing influence in Latin America
- U.S. Congressional Research Service, War Powers Resolution



