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Israele blocca l’accesso a Gaza per 37 Ong, appello dell’ONU per revocare la misura

Guterres: “Le organizzazioni internazionali non governative sono indispensabili per le attività umanitarie”. Critica anche sulla legge che prevede pena di morte per terroristi solo se palestinesi
domenica, 4 Gennaio 2026
2 minuti di lettura

La crisi umanitaria nella Striscia di Gaza si è aggravata ulteriormente dopo la decisione delle autorità israeliane di vietare l’accesso e la registrazione a 37 organizzazioni non governative internazionali impegnate nell’assistenza alla popolazione civile. Una scelta che ha suscitato la dura reazione delle Nazioni Unite e di diverse Ong, mentre sullo sfondo prosegue il fragile cessate il fuoco e si discute della possibile riapertura del valico di Rafah. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha lanciato un appello formale a Israele chiedendo di revocare immediatamente il bando.

In una nota diffusa dal suo portavoce Stéphane Dujarric, Guterres si è detto “profondamente preoccupato” per la sospensione delle attività umanitarie, sottolineando che le Ong internazionali sono “indispensabili per il lavoro salvavita” nella Striscia e che la misura rischia di compromettere i fragili progressi ottenuti durante il cessate il fuoco.

Secondo l’Onu, la riduzione degli aiuti in una fase così delicata potrebbe tradursi in un rapido peggioramento delle condizioni sanitarie e alimentari di una popolazione già allo stremo. L’iniziativa israeliana arriva mentre a livello politico si valutano nuove strategie di gestione dei confini. In particolare, il governo guidato da Benjamin Netanyahu starebbe lavorando alla riapertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto.

Secondo l’emittente Channel 12, le forze di sicurezza attendono una direttiva politica che potrebbe arrivare dopo una riunione consultiva sulla sicurezza prevista nei prossimi giorni. La decisione sarebbe legata ai recenti colloqui tra Netanyahu e il presidente statunitense Donald Trump, durante i quali Washington avrebbe spinto per un allentamento della pressione su Gaza. Il piano israeliano prevede tuttavia un controllo rigoroso del valico, con l’istituzione di un sito di ispezione sul lato palestinese per monitorare ogni ingresso e uscita.

Resta da chiarire se i controlli saranno effettuati da personale militare sul campo o tramite sistemi tecnologici di sorveglianza a distanza. Tel Aviv giustifica questa cautela richiamando le conclusioni delle inchieste dello Shin Bet, secondo cui in passato parte dei flussi di aiuti e finanziamenti diretti a Gaza sarebbero stati dirottati verso il rafforzamento militare di Hamas.

La critica dell’Onu sulla pena di morte

Sul fronte dei diritti umani, la tensione tra Israele e le Nazioni Unite si estende anche al piano legislativo. L’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Türk, ha criticato duramente i disegni di legge approvati in prima lettura dalla Knesset per introdurre o estendere la pena di morte. Il disegno di legge approvato in prima lettura alla Knesset prevede la pena di morte per chiunque causi la morte di un cittadino israeliano per motivi nazionalistici o razziali, ma non si applicherebbe se un israeliano uccidesse un palestinese in circostanze analoghe, una caratteristica che ha alimentato le critiche internazionali sulla natura discriminatoria della norma. Secondo Türk, si tratta di una proposta in contrasto con il diritto internazionale e potenzialmente discriminatoria nei confronti della popolazione palestinese, con il rischio di inasprire ulteriormente il conflitto.

La denuncia di Medici Senza Frontiere

A denunciare con toni particolarmente duri il bando alle Ong è stata anche Medici Senza Frontiere. In una lunga nota, Msf ha accusato Israele di violare il diritto internazionale umanitario, definendo “cinico e calcolato” il tentativo di impedire l’accesso alle organizzazioni che forniscono assistenza medica a Gaza e in Cisgiordania. L’organizzazione ha respinto le accuse di aver impiegato personale legato ad attività militari e ha espresso forte preoccupazione per l’obbligo di condividere i dati personali del proprio staff palestinese con le autorità israeliane, ricordando che 15 membri di Msf sono stati uccisi dalle forze israeliane dall’inizio del conflitto.

Secondo Msf, oggi un letto ospedaliero su cinque a Gaza è sostenuto dall’organizzazione e una madre su tre partorisce con il suo supporto. La sospensione di queste attività, avverte l’Ong, avrebbe “un costo terribile” per la popolazione civile, già colpita da carenze di beni essenziali, dal collasso del sistema sanitario e dalle difficili condizioni invernali. “Consentire l’aiuto umanitario non è un favore, ma un obbligo previsto dal diritto internazionale”, conclude Msf.

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