Una mattinata già segnata dalla guerra viene ulteriormente scossa da un annuncio destinato a fare il giro del mondo. Secondo una dichiarazione attribuita a Donald Trump, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro sarebbe stato catturato e trasferito fuori dal Paese al termine di un’operazione condotta “in coordinamento con le forze di polizia statunitensi”. Stando alle prime ricostruzioni diffuse da fonti internazionali, Maduro sarebbe stato trasportato in elicottero e condotto a bordo di una delle navi della flotta americana al largo del Venezuela. Non viene escluso un trasferimento negli Stati Uniti già in giornata, anche se al momento non sono giunte conferme ufficiali indipendenti.
L’epilogo arriva dopo mesi di tensioni, caratterizzati – secondo la narrazione dell’amministrazione statunitense – da operazioni militari mirate contro imbarcazioni legate al narcotraffico. L’obiettivo dichiarato dell’offensiva sarebbe stato quello di colpire i traffici di droga, ma dietro l’attacco a vasto raggio dell’aviazione e delle forze speciali statunitensi contro basi militari e palazzi istituzionali venezuelani emergerebbero anche evidenti risvolti politici, mediatici ed economici.
L’analisi
Secondo diverse analisi, l’assalto al Venezuela avrebbe infatti l’effetto di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica statunitense da temi interni sensibili come l’aumento dei prezzi, l’inflazione e le polemiche che coinvolgono direttamente il Tycoon americano. Resta tuttavia il nodo centrale del narcotraffico: sebbene Maduro venga descritto come un leader autoritario e responsabile di dure repressioni politiche, gli epicentri del traffico di cocaina diretto verso Stati Uniti ed Europa vengono indicati da molti osservatori in Colombia e Bolivia, più che in Venezuela. La cattura del presidente e i bombardamenti su Caracas, secondo queste letture, non interromperebbero il ciclo produttivo dei narcos, né il riciclaggio di enormi flussi di narcodollari che continuano a inquinare l’economia globale. Maduro pagherebbe inoltre i rapporti con Cina, Cuba e Russia, oltre al blocco politico che gli ha consentito di restare al potere nonostante le contestazioni sull’esito delle ultime elezioni presidenziali, che avrebbero visto prevalere la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la pace María Corina Machado, poi esclusa dalla guida della Repubblica Bolivariana.
La svolta bellica dell’amministrazione Trump rischia ora di destabilizzare l’intero continente sudamericano, già attraversato da profonde crisi economiche, ricorrenti tentazioni golpiste, irrisolte tensioni sociali e dal potere pervasivo dei cartelli della droga. Una polveriera geopolitica che, se dovesse esplodere, potrebbe estendere i suoi effetti ben oltre l’America Latina, coinvolgendo entrambe le sponde dell’Atlantico.
In Italia
Intanto l’Italia segue con attenzione l’evolversi della crisi. Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in costante contatto con il ministro degli Esteri Antonio Tajani per monitorare la situazione e tutelare i cittadini italiani presenti nel Paese. “Da quando c’è stato l’attacco stiamo seguendo la situazione con la nostra ambasciata a Caracas. La situazione è molto tesa”, ha dichiarato Tajani durante un’edizione straordinaria del Tg2. “Abbiamo dato indicazione a tutti gli italiani di essere prudenti. La nostra unità di crisi è a disposizione come la nostra ambasciata. Finora non c’è stata alcuna chiamata di connazionali: per il momento la situazione per gli italiani è tranquilla”.



