Il Medio Oriente ha vissuto una nuova giornata di fortissima tensione, segnata dall’intensificarsi delle operazioni militari israeliane su più fronti, dal peggioramento della crisi umanitaria nella Striscia di Gaza e dall’allargamento dell’instabilità a Iran e Yemen, in un quadro che preoccupa apertamente Nazioni Unite e Unione europea. L’esercito israeliano ha condotto dodici attacchi aerei in appena venti minuti contro obiettivi di Hezbollah nel sud del Libano, colpendo anche la valle della Bekaa. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato i raid, affermando di aver preso di mira infrastrutture militari e un centro di addestramento della cosiddetta Forza Radwan, oltre a depositi di armi utilizzati di recente dal movimento sciita. Secondo fonti libanesi, le esplosioni hanno interessato diverse località, aumentando il timore di un’escalation lungo il confine settentrionale di Israele. Nella Striscia di Gaza, la situazione umanitaria continua a deteriorarsi. Il governo israeliano ha revocato le licenze operative a 37 grandi organizzazioni umanitarie internazionali, imponendo loro di cessare le attività entro 60 giorni se non forniranno dati sensibili sul personale. La decisione ha suscitato lo sdegno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e della Unione europea, che temono un ulteriore blocco degli aiuti vitali. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, ha definito la misura “scandalosa”, mentre la commissaria europea Hadja Lahbib ha avvertito che ostacolare le Ong equivale a bloccare aiuti salvavita, in violazione del diritto internazionale umanitario. A Gaza City, intanto, almeno un uomo è morto e cinque persone sono rimaste ferite nell’incendio di una tenda per sfollati, mentre in un altro rogo una madre e il figlio hanno perso la vita, simbolo di una popolazione costretta a vivere in condizioni estreme. A testimoniare l’attenzione internazionale sulla crisi, l’attrice e ex inviata speciale dell’Unhcr Angelina Jolie ha visitato il valico di Rafah, sul lato egiziano, incontrando operatori della Mezzaluna Rossa e valutando le condizioni dei feriti palestinesi e la distribuzione degli aiuti. Sempre ieri, oltre 500mila persone sono scese in piazza a Istanbul per manifestare in solidarietà con Gaza. Bandiere palestinesi e turche hanno invaso il ponte di Galata, mentre una kefiah è stata simbolicamente appesa alla Torre di Galata.
Tensioni interne
Sul piano politico interno, la linea del governo israeliano continua a suscitare forti fratture. Il procuratore generale Gali Baharav-Miara ha accusato apertamente il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir di interferenze indebite nell’operato della polizia, chiedendo che il primo ministro Benjamin Netanyahu chiarisca perché ne consenta la permanenza nell’esecutivo, mentre gruppi israeliani per i diritti umani hanno condannato la revoca delle licenze alle Ong come parte di un più ampio restringimento dello spazio umanitario. A questo si aggiunge la nuova normativa approvata dalla Knesset contro l’Unrwa, che prevede l’interruzione di acqua ed elettricità alle strutture dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, giudicata illegittima dal segretario generale Antonio Guterres. Sullo sfondo, un’inchiesta dei media israeliani ha rivelato che nel settembre 2023, un mese prima dell’attacco del 7 ottobre, Israele avrebbe chiesto al Qatar di aumentare i fondi destinati ad Hamas per evitare un’escalation, un elemento che riapre il dibattito sulle responsabilità politiche e di intelligence alla vigilia del conflitto.
Iran, proteste e avvertimenti
In Iran, le proteste contro la crisi economica hanno provocato almeno sette morti in diverse città. Le violenze più gravi si sono registrate nella provincia del Lorestan e a Isfahan. Teheran ha reagito duramente alle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, avvertendo che non tollererà alcuna ingerenza straniera. Intanto, esponenti del governo israeliano hanno espresso apertamente sui social il loro sostegno alle proteste, alimentando ulteriormente lo scontro politico tra i due Paesi.
Scontri in Yemen
Anche lo Yemen è tornato al centro dell’instabilità. Nella provincia di Hadramawt, almeno sette persone sono morte negli scontri tra le forze separatiste del Consiglio di transizione meridionale, sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e le forze fedeli al governatore locale, appoggiate dall’Arabia Saudita. Riyadh ha annunciato il completamento del dispiegamento navale nel Mar Arabico per contrastare il contrabbando di armi, mentre le autorità locali parlano di un’operazione “pacifica e organizzata” per riprendere il controllo delle basi militari.



