Le proteste contro il crollo dell’economia iraniana stanno entrando in una fase sempre più violenta. Le autorità hanno confermato la morte di due persone negli scontri con le forze di sicurezza, mentre diverse città del Paese si sono trasformate in veri e propri “campi di battaglia”, con barricate improvvisate, lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco. Le vittime sono state registrate a Lordegan, nel sud‑ovest, una delle aree dove la rabbia popolare è esplosa con maggiore intensità. Le manifestazioni, iniziate a Teheran con lo sciopero dei commercianti del Gran Bazar, si sono rapidamente estese a decine di centri urbani, da Azna a Kermanshah, da Shiraz a Isfahan. Secondo media locali e ONG, le forze di sicurezza hanno risposto con una repressione sempre più dura, mentre video circolati sui social mostrano manifestanti feriti o distesi a terra dopo gli spari. La crisi economica è il detonatore principale: il rial ha perso valore in modo vertiginoso, l’inflazione continua a crescere e il costo della vita è diventato insostenibile per gran parte della popolazione. Le proteste, inizialmente pacifiche, si sono trasformate in scontri aperti dopo che le forze dell’ordine hanno tentato di disperdere i cortei con la forza. A Azna, nella provincia di Lorestan, si registrano almeno tre morti e diversi feriti, secondo fonti locali citate da Al Jazeera. Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto le “legittime preoccupazioni” dei cittadini, ma ha invitato alla calma, mentre la Guardia Rivoluzionaria ha definito i manifestanti “agenti del caos”. Intanto, i mercati di Teheran restano chiusi e molte città vivono una paralisi quasi totale, con strade bloccate e negozi serrati. Gli analisti avvertono che si tratta della più grave ondata di proteste dal 2022, quando la morte di Mahsa Amini scatenò un movimento nazionale.



