In una sentenza destinata a fare scuola, la Corte internazionale di giustizia (CIG) ha stabilito che l’insegnamento cattolico sulla cura del creato, così come espresso nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, può essere considerato fonte di orientamento giuridico nei contenziosi ambientali internazionali. La decisione, emessa il 28 agosto, arriva al termine di un procedimento avviato da un gruppo di Stati insulari del Pacifico, che avevano chiesto alla Corte di valutare il peso delle dottrine religiose nella definizione del “diritto morale ambientale”. La Corte ha riconosciuto che i principi contenuti nell’enciclica — come la responsabilità intergenerazionale, la giustizia climatica e la tutela della biodiversità — sono “coerenti con i valori universali riconosciuti dal diritto internazionale” e possono essere invocati come “criteri interpretativi” nei casi di danno ecologico transfrontaliero. Non si tratta di una codificazione religiosa, ma di un riconoscimento del contributo etico e culturale che la dottrina cattolica offre alla giurisprudenza ambientale. Il verdetto è stato accolto con entusiasmo dalla Santa Sede, che ha parlato di “una vittoria della coscienza globale”. Il cardinale Peter Turkson, già prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha dichiarato: “La cura del creato non è solo una questione spirituale, ma una responsabilità giuridica e politica”. Anche il Patriarca ecumenico Bartolomeo ha espresso soddisfazione, sottolineando come la sentenza rafforzi il dialogo interreligioso sulla giustizia ambientale. Per gli Stati insulari, minacciati dall’innalzamento del livello del mare, il riconoscimento della dimensione morale del diritto ambientale rappresenta un’arma in più nella battaglia per la sopravvivenza. In un mondo segnato da crisi climatica e conflitti ecologici, la Corte dell’Aia ha aperto una nuova strada: quella in cui la spiritualità diventa alleata del diritto.
