Di Tiziano Vecellio - [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=14910779

Salomè, l’archetipo femminile che seduce ancora

Dalla Firenze del Quattrocento alle immagini di oggi, la danzatrice del Ghirlandaio anticipa la femme fatale moderna, un ideale di bellezza sospeso tra grazia, sensualità e potere, riconoscibile nel cinema e nella pubblicità. Con Angelica, interpretata da Claudia Cardinale nel Gattopardo, e Charlize Theron di Dior, riaffiora un archetipo femminile che non smette di sedurre
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Eterea e seriosa, pallida e graziosa, è la fanciulla che sta danzando in mezzo ai convitati del banchetto organizzato da Erode nell’affresco di Domenico Ghirlandaio a Santa Maria Novella. Siamo a Firenze, nella Cappella Tornabuoni, tra il 1485 e il 1490, quando a Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio, “fatto dalla natura per esser pittore” come dice il Vasari, vennero commissionati dal banchiere Giovanni Tornabuoni i cicli di affreschi della Vergine e quelli del Battista.

All’interno del ciclo del Battista, sul lato destro della Cappella, appena dopo il Battesimo di Cristo, troviamo raffigurata in una lunetta la famosa scena del banchetto di Erode in cui è d’impatto visibile una chiara divisione di tre parti della scatola spaziale attraverso una disposizione di tre tavoli adiacenti tra loro. Nel tavolo centrale è riconoscibile il re di Giudea che guarda con un improvviso istinto di orrore e sgomento la testa decapitata di Giovanni Battista, la quale sembra attirare l’attenzione di tutti gli spettatori e partecipanti al convito.

Tuttavia spostandoci sulla scena più a destra notiamo che un cortigiano, vestito qui insieme agli altri personaggi degli abiti coevi allo stesso autore dell’affresco, guarda in direzione frontale sfiorando per poco con gli occhi la figura femminile che sta incedendo tendenzialmente verso di noi con un fare arioso ed elegante.

Il suo nome è Salomè, la figlia di Erodiade, proprio lei incitata dalla madre a chiedere a Erode la testa mozzata del Battista come premio della sua seducente danza. In questo caso la danza non è narrata in sequenza logica dei fatti, ma è giustificata come anticipazione della decapitazione, portandoci a vedere la scena in senso anti-orario, da destra a sinistra. Ma al tempo stesso, mentre i personaggi interni alla storia sono concentrati a mirare il vassoio con la testa del Battista, il Ghirlandaio conduce gli spettatori esterni, noi, a dirigere lo sguardo sul senso opposto, cioè sulla Salomè danzante.

Il suo non è un ballo da minuetto come si aspetterebbe in relazione al suo abbigliamento sia l’osservatore del Quattrocento che lo spettatore turista dei nostri giorni, ma è una particolare danza solitaria che la vede protagonista di tutta la corte erodiaca fino a qualche minuto prima della morte del Battista. Il momento in cui il Ghirlandaio ce la rappresenta è antitetico, cioè contrastante, all’effettivo svolgimento coreutico della giovane ragazza. Salomè è ritratta col viso gelido, impassibile, freddo e privo della sua energia seducente. I suoi occhi sono leggermente socchiusi e pietosi, quasi fosse malvolentieri intenzionata a danzare per vendicare. La sua fronte è diabolicamente lucida e placida come il suo respiro trattenuto nel corpetto verde smeraldo.

Eppure se volgiamo lo sguardo più in basso, dalle spalle in giù della fanciulla, guardiamo un atteggiamento alquanto diverso. Un’attitudine che ci farebbe pensare addirittura a un viso alternativo da quello ritratto della danzatrice. Un viso più sensuale, più lascivo, più avvolgente e affabulante. Il suo corpo esplode di energia, è carico di euritmia, è nervosamente frenetico ma armonico nel contrappeso gestuale.

Ciò che però risalta più all’occhio è la fortissima immagine del drappeggio della lunga veste azzurra. L’abito le svolazza attorno con una tale leggerezza e freschezza da darle un alone di delicata castità e sensuale ingenuità.

Ma a ben vedere la figura di Salomè sembra così ambigua perché porta con sé l’impronta simbolica della ninfa che il Ghirlandaio già introduceva in qualche scena prima con la figura dell’ancella canefora, letteralmente la portatrice di cesto, nella Nascita del Battista. Se nella tradizione giunta al Ghirlandaio la fanciulla era raffigurata come una violenta vendicatrice e malvagia affascinatrice, adesso compare per la prima volta come una seducente ninfa che danza elegantemente fuori dal tempo della storia. Così Salomè diviene non più la terribile donna che danza sulle note funebri della morte, ma la seducente donna che anticipa attraverso la grazia dei sensi, ed è ciò che la rende “sensuale”, il fato degli uomini con una certa nonchalance.

Da questa figura femminile biblica, quasi mitologica concepita dal Ghirlandaio nel ciclo delle storie del Battista, è derivata lentamente una immagine ideale dapprima presso la letteratura e poi consolidata dalle arti visive, specie quelle del cosiddetto Neoclassicismo. È dalla Salomè del Ghirlandaio che deriverebbe sia la composizione della Venere di Botticelli, sia il celebre inno alle Grazie di Ugo Foscolo, e soprattutto la nostra immagine quotidiana e collettiva della fêmme fatale. Una immagine che vediamo riproposta, secondo uno schema formale che non è mai cambiato e che si è bene conservato nel tempo, sia nei contenuti massmediali che attitudinali femminili dei social network. Ma anche nella esemplare campagna pubblicitaria di Dior per il profumo “J’adore” con la modella Charlize Theron, possiamo farci testimoni di come quella Salomè permanga nel nostro tessuto sociale e culturale anche abbastanza inconsapevolmente.

La Salomè nel cinema

Una curiosa manifestazione iconologica, cioè di reminiscenza visuale, della Salomè danzante fiorentina, la si ritrova segretamente cinque secoli dopo dietro la figura di Angelica interpretata da Claudia Cardinale nel film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963).

La scena del ballo di Angelica e il Principe don Fabrizio non valse la Palma d’oro di Cannes per la sola montatura tecnica e perfezione narrativa, ma sicuramente e maggiormente anche per l’elevata potenza espressiva di bellezza fatale in cui il pubblico spettatore viene a trovarsi invischiato, appunto affascinato come d’un senso di eterno nostalgico piacere.

L’aura che circonda la figura della Cardinale danzante, aleggia della stessa ingenua grazia elegante e sensuale della Salomè davanti a Erode. La Cardinale nelle vesti di Angelica ammalia col suo drappeggio arioso persino la durezza inflessibile degli occhi di don Fabrizio. Il suo incedere aereo si guadagna lo spazio sufficiente attorno a sé nella sala affinché tutti possano ammirarla e farsi vittime del loro fato imminente distruttivo. È un bellezza quella di Salomè del Ghirlandaio che rivediamo nell’Angelica di Visconti, che è fatale proprio perché genera distruzione di ogni possibile alternativa al presente.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo

Critico d’arte classicista, filologo classico e cavaliere del diritto romano

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