Vaguebooking, il post che dice e non dice. Un silenzio che in realtà è una richiesta d’aiuto

Nato su Facebook e oggi diffuso anche su Instagram, il vaguebooking è la pratica di pubblicare messaggi volutamente ambigui per attirare attenzione senza esporsi davvero. Tra test di prossimità, ricatti emotivi a bassa intensità e rischio di “usura dell’empatia”, il fenomeno rivela una nuova grammatica della solitudine digitale, soprattutto tra i più giovani.
Leggi l'articolo

Certi giorni sarebbe meglio non alzarsi”. Nessun nome e nessun contesto, solo una frase sospesa che galleggia sulla bacheca social tra un meme e una foto di vacanze. È il fenomeno del vaguebooking, la pratica di pubblicare post intenzionalmente vaghi e allusivi per attirare l’attenzione senza però esporsi davvero. È un fenomeno che riguarda molti, ma tra i più giovani sta riscrivendo le regole della comunicazione emotiva.

Dalle frecciatine ai post criptici

Il termine nasce dall’unione di vague (vago) e Facebook, ma oggi è presente nelle storie di Instagram e in video brevi. Il meccanismo è questo: si lancia un segnale di disagio o di rabbia senza fornire i dettagli necessari per comprenderlo. Lo scopo non è informare, ma generare una reazione. Chi pubblica un post del genere sta lanciando un’esca sperando che qualcuno chieda “cosa succede?” e trasformando il proprio profilo in un palcoscenico dove il silenzio è lo strumento di scena principale.

Il meccanismo dell’attenzione

Perché un adulto o un ragazzo che ha centinaia di contatti, sceglie questa strada? In un ecosistema dove siamo costantemente visibili, ma spesso ignorati il post vago è un “test di prossimità”, un modo per filtrare chi, tra i tanti “amici“, è disposto a investire tempo per decifrare il nostro stato d’animo. Il vaguebooking obbliga chi legge a una doppia scelta, ignorare insensibilmente il messaggio o abboccare alimentando il narcisismo dell’autore. Non è un dialogo, è un piccolo ricatto emotivo a bassa intensità per tenere in ostaggio l’attenzione altrui.

L’usura dell’empatia

Il rischio non è solo quello di generare in chi legge irritazione, ma anche l’effetto di anestesia che si potrebbe generare a lungo termine. Quando il malessere sarà reale e urgente, è possibile che venga scambiato per l’ennesima recita in cerca di like, lasciando l’autore in un isolamento ancora più profondo. La vecchia storia de “al lupo, al lupo” che si ripete. Inoltre, senza un destinatario esplicito, chiunque può sentirsi il bersaglio di una frecciatina anonima, innescano così paranoie e tensioni che avvelenano i rapporti offline, trasformando lo spazio digitale in un campo minato di fraintendimenti.

Il filtro della cerchia ristretta

Per molti giovani, questo fenomeno è una corazza protettiva, permette di far emergere una frustrazione o un dolore senza esporsi al rischio di un confronto diretto o di un commento fuori luogo, una sorta di privacy performativa: sono visibile, ma resto inaccessibile a chi non mi conosce davvero. La vera sfida non è giudicare il bisogno di attenzione, ma ritrovare un linguaggio che non debba per forza nascondersi dietro un enigma per essere ascoltato. Forse la qualità di un legame non si misura da quante persone riescono a decifrare i nostri silenzi, ma dalla naturalezza con cui riusciamo a tornare a parlarci chiaramente, una volta spenta la luce dello schermo.

Leggi anche:

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Una vita come tante”, il libro che continua a vendere milioni di copie

Dieci anni fa usciva il romanzo che ha scosso il…

“Una maschera color del cielo”.
Il dilemma dell’essere

Secondo Barbara Teresi, traduttrice dell’ultimo libro del romanziere palestinese Bassem…