L’arte torna fra la gente con i festival diffusi, segno di una controcultura di oggi

La proliferazione dei festival artistici diffusi cui si assiste negli ultimi anni non è solo un formato organizzativo, ma una risposta alla crisi della cultura centralizzata e alla saturazione del grande evento ad alta intensità economica
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Chi si fosse trovato in questi giorni nel quartiere romano del Pigneto avrebbe potuto imbattersi in mostre allestite in negozi di piante, letture in botteghe, installazioni in cortili e microgallerie e altre iniziative della sesta edizione di Pigneto in Love, manifestazione che per alcuni giorni trasforma gli spazi del quartiere in nodi temporanei di produzione artistica.

Non è un caso isolato. Esperienze analoghe emergono, con forme diverse, anche in altre città italiane, dove arte contemporanea, editoria indipendente e spazi ibridi si intrecciano in programmazioni reticolari. A Roma, iniziative come Iper – Festival delle Periferie coinvolgono spazi indipendenti e realtà di quartiere. Rassegne come Milano è Viva nei Quartieri portano spettacoli e performance fuori dai teatri centrali. A Napoli progetti come Altofest trasformano case private e cortili in luoghi di rappresentazione. Il Torino Fringe Festival sperimenta da tempo la disseminazione urbana.

Non si tratta soltanto di una risposta organizzativa alla crisi dei grandi contenitori culturali, né di un adattamento alle ristrettezze economiche. Il segnale è più profondo: non c’è un unico palco, né un centro monumentale. C’è una mappa. Si entra in un negozio, si attraversa una strada, si sale in un atelier, si ascolta una lettura in una stanza con poche sedie. La scala è ridotta, l’interazione diretta. L’evento non concentra, distribuisce. L’arte sembra cercare una diversa collocazione nello spazio urbano, meno monumentale e più situata, meno centralizzata e più capillare.

Dalla strada al museo e ritorno

Le radici di questa tensione tra centro e margine, tra istituzione e spazio ordinario, affondano nel Novecento. Una prima frattura simbolica può essere individuata nella Fountain di Marcel Duchamp, un orinatoio industriale sottratto al suo uso quotidiano e collocato nello spazio “sacro” dell’esposizione. Il gesto non fu soltanto provocazione dadaista, ma una ridefinizione della cornice stessa del museo. L’arte non coincideva più con l’abilità tecnica o con l’oggetto in sé, ma con l’atto che la dichiarava tale e con il contesto che la rendeva visibile.

Il museo cessava di essere tempio intoccabile per diventare dispositivo. Quella frattura aprì una lunga stagione di sconfinamenti. I tagli di Lucio Fontana non si limitavano a lacerare la tela, ma mettevano in crisi la superficie stessa come limite, introducendo l’idea che l’opera potesse eccedere il proprio supporto materiale. La Pop Art di Andy Warhol fece un passo ulteriore. Non solo introdusse l’oggetto quotidiano nel museo, ma lo riprodusse in serie, dissolvendo definitivamente l’idea di unicità dell’opera. Nel passaggio tra strada e istituzione si colloca, poi, la vicenda di artisti come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, nati nei graffiti e approdati alle gallerie internazionali. L’energia del segno urbano entrava nell’Olimpo dell’arte “alta”, ma senza perdere la memoria della metropolitana e del muro vandalizzato.

Tra questi momenti si inserisce la controcultura degli anni Settanta, che non si limitò a sperimentare linguaggi nuovi, ma mise in discussione la struttura stessa della produzione culturale creando spazi autogestiti, collettivi, centri sociali, pratiche artistiche sottratte ai circuiti ufficiali. L’obiettivo non era soltanto estetico, ma politico: sottrarre l’arte all’istituzione e restituirla alla pratica collettiva. Oggi figure come Banksy mostrano quanto quella tensione resti irrisolta: artista anti-museo per eccellenza e al tempo stesso presenza stabile nel mercato globale e nelle aste milionarie.

Oggi qualcosa sembra muoversi di nuovo, in una direzione che deve molto alle esperienze precedenti, ma che non coincide con nessuna di esse. Meno ideologica della controcultura, ma non apolitica. Meno provocatoria delle avanguardie storiche, ma non per questo conciliante.

Il movimento oggi appare molto più rizomatico. Non un assalto frontale al museo, né una provocazione plateale, ma un decentramento del luogo stesso dell’esperienza estetica, che si diffonde e diventa collettiva mantenendo la sua identità. I quartieri, le botteghe, gli spazi ibridi diventano musei diffusi e temporanei. Non un ritorno nostalgico alla strada, ma una ridefinizione del contesto in cui l’arte può accadere.

Restituire all’arte una dimensione relazionale e situata

Già negli anni Trenta Walter Benjamin osservava che la riproducibilità tecnica erodeva l’“aura” dell’opera d’arte, cioè la sua unicità in quanto oggetto, legato a un tempo, a un luogo, a una presenza. Chi avesse voluto vedere un Caravaggio doveva recarsi nella chiesa di Roma o Napoli che lo custodiva, rischiando, come Stendhal, un’esperienza quasi mistica.

Con la modernità tecnica l’opera riprodotta perdeva la sua distanza sacrale, diventava accessibile, circolante, ma anche meno situata, slegata dalla città e dallo spazio che la ospitava. Oggi, nell’epoca della piattaforma e della condivisione istantanea, quella diagnosi non solo si conferma, ma si radicalizza. Mostre, performance, festival sono progettati per essere documentati, rilanciati, trasportati, trasformati in contenuto. L’esperienza rischia di diventare intercambiabile e scalabile, pronta a essere replicata altrove.

In questo scenario, i festival di quartiere non restaurano l’aura dell’oggetto artistico; sarebbe impossibile oltre che inauspicabile. Ma tentano di ricostruire l’aura dell’incontro più che dell’oggetto. Non tanto l’unicità dell’opera, ma la singolarità della situazione. Una lettura in un negozio che può ospitare dieci persone, una mostra in un cortile che obbliga a fermarsi, un percorso diffuso che costringe a camminare nel quartiere. Sono dispositivi che reintroducono il corpo nello spazio dell’arte e la restituiscono alla vita. L’esperienza torna a essere circoscritta, non infinitamente riproducibile.

In questo la trasformazione urbana gioca un ruolo decisivo. Come ha mostrato Henri Lefebvre parlando di “produzione dello spazio”, lo spazio non è un contenitore neutro, ma un prodotto sociale. I quartieri non sono semplici scenografie, sono tessuti di relazioni e conflitti, pratiche quotidiane. Quando un festival si diffonde in una rete di botteghe, atelier, librerie indipendenti, non si limita a occupare uno spazio; lo rielabora simbolicamente e, quindi, politicamente. La cultura diventa una forma di scrittura urbana.

Negli anni Novanta, Nicolas Bourriaud ha parlato di “estetica relazionale” per descrivere pratiche artistiche fondate sull’interazione tra individui più che sulla produzione di oggetti autonomi. Al di là delle fortune critiche del termine, l’idea che l’arte possa consistere nella costruzione di relazioni trova oggi una declinazione concreta nei festival diffusi, in una trama di microinterazioni.

C’è, in tutto questo, un ritorno alle origini che è forse il gesto più radicale del festival diffuso. Prima della centralizzazione dello Stato moderno, l’esperienza artistica era spesso pubblica, situata, legata alla piazza, al mercato, alla narrazione orale, al teatro di strada. Le culture orali e le pratiche performative medievali non conoscevano la netta separazione tra artista, pubblico e spazio museale. L’arte accadeva in mezzo alla vita.

La cultura, in questo senso, smette di essere soltanto evento da consumare in un grande contenitore e diventa presidio territoriale. Non perché sostituisca le istituzioni, ma perché ne integra il modello. Se l’industria culturale tende alla concentrazione e alla massimizzazione della visibilità, la cultura diffusa introduce un principio opposto: limitazione, prossimità, attraversamento. È in questa tensione tra scala globale e dimensione situata che si gioca oggi una parte decisiva dell’esperienza artistica.

Una “ridistribuzione” dell’arte

In ambienti in cui entrano poche persone alla volta trovano spazio artisti affermati accanto a progetti editoriali artigianali, piccole mostre di poesia visiva, fogli esposti come opere autonome, autoproduzioni che non avrebbero posto nei circuiti maggiori. La scala ridotta modifica la percezione. L’opera non è distante, ma a portata di mano; l’autore non è figura astratta, ma presenza.

Qui la teoria dell’aura applicata all’esperienza estetica relazionale trova una prova concreta. Quel che conta è la densità dell’interazione, il tempo dello sguardo, la conversazione, il ritorno nello stesso spazio. Il quartiere diventa museo diffuso non perché monumentalizza l’arte, ma perché la reinserisce nella vita ordinaria. In un’epoca di immagini generate e replicate dagli algoritmi, la scala ridotta introduce una frizione. Non compete con l’industria culturale, la disinnesca. Reintroduce limite, prossimità, lentezza.

In un sistema dominato da numeri, sponsor e produzione industriale di contenuti, riscoprire una dimensione di marginalità permette una ridefinizione estetica, una ridistribuzione simbolica, non della ricchezza ma dell’arte, che non concentra visibilità in pochi luoghi, ma la dissemina nello spazio urbano. Se l’industria produce eventi, la cultura diffusa produce contesti. Se il grande festival concentra, il microfestival distribuisce. Non è una contrapposizione ideologica, ma una tensione che attraversa il presente e ne rivela le crepe.

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