Dallo Yes man al People pleaser. La sottile linea che separa chi è imprigionato dalle aspettative altrui

Due categorie di persone che recitano lo stesso copione, ma nel primo caso il sì rappresenta una strategia di carriera, nel secondo è una trappola emotiva a 360 gradi, che invade lavoro, amicizie e relazioni intime
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Negli anni Novanta e nei primi Duemila esisteva una figura ben riconoscibile in molti ambienti lavorativi: lo Yes man. Oggi è stato sorpassato dal People pleaser, ma con profonde differenze, psicologiche ed emotive. Nel primo caso con il termine, già di per sé è evocativo, si indica chi dice sì a tutte le richieste di superiori e colleghi. È colui che in ufficio annuisce sempre, è servile, non contraddice mai il capo e si adatta a qualsiasi richiesta pur di restare nelle grazie di chi lo governa. Non si comporta così per eccesso di bontà o iniziativa, ma per ingraziarsi il favore di chi è gerarchicamente più in alto. In una parola più semplicistica, un “leccapiedi”. La sua maschera sociale è semplice: dire sempre sì per convenienza, per evitare problemi, per non essere messo in discussione.

A prima vista, lavorare con uno Yes man è gratificante. Il problema arriva dopo, perché l’accondiscendenza totale crea un doppio cortocircuito. Quando le cose vanno male, lo Yes man rischia di finire sul banco degli imputati. Non aver espresso dissenso in situazioni che lo richiedevano lo rende in qualche modo colpevole. Così chi prima era percepito come gentile e collaborativo viene riclassificato come debole e inconsistente. Il conto, però, è ancora più salato a livello personale. Lo Yes man accumula frustrazione, stanchezza e una rabbia cronica a bassa intensità. Vive con una libertà di espressione ridotta, un’autenticità compressa e una cronica incapacità di sostenere le proprie idee. Apparentemente accomodante, internamente esausto.

Quando dire sì diventa una trappola personale

Oggi lo Yes man non è sparito, ma accanto a lui è nata una figura che sembra la sua evoluzione: il People pleaser. Stessa accondiscendenza, ma in versione “senza ferie”. La sua sfera d’azione non è più solo il lavoro, ma la vita in tutti i suoi ambiti. Il People pleaser non dice sì per ottenere qualcosa di concreto, dice sì per evitare qualcosa: un conflitto, un disagio, un’espressione delusa, un silenzio che potrebbe essere interpretato come rifiuto. Coinvolge relazioni intime, amicizie e rapporti di lavoro. Nasce come tentativo di rendere sicuro l’ambiente circostante.

Mettendo sempre davanti i bisogni dell’altro, il People pleaser crea involontariamente un muro di inautenticità che rende i rapporti superficiali. Non perché manchi un legame con il prossimo, ma perché non si dà mai la possibilità di farsi conoscere giacché spesso la vera conoscenza nasce proprio dagli scontri, dai disaccordi e dalla loro risoluzione. È una versione più celata, apparentemente più evoluta del vecchio “annuitore” seriale. Ma anche molto più stancante.

Se lo Yes man era confinato al posto di lavoro, qui abbiamo una persona in balia della propria emotività evitante. Il non deludere nessuno, l’essere apprezzati, la continua captatio benevolentiae diventano una prigione sempre più serrata. Non si muove su una leva che ricerca il piacere, ma su una che rifugge il dolore. Lo Yes man cercava approvazione dall’alto, il people pleaser la cerca ovunque. Anticipa i bisogni degli altri, intuisce aspettative non dette, si muove in punta di piedi dentro ogni relazione come se stesse costantemente chiedendo scusa per esistere. Accetta di spostare un impegno, di adattarsi, di ridimensionarsi, perché “non fa niente”. Finché quel niente diventa tutto.

La differenza tra le due figure non è nel comportamento, ma nella spinta interiore. Lo Yes man è strategico, il People pleaser è emotivo. Uno agiva per opportunismo, l’altro per paura di deludere.

Il no che nessuno vuole più dire

Non è un caso che il People pleasing emerga con forza in un’epoca come la nostra, in cui le gerarchie sono meno visibili, ma le aspettative sono ovunque. L’autorità è mascherata da richieste gentili, ma nasconde il peso della delusione e del fallimento qualora non fossimo in grado di soddisfarle. Il People pleaser non è considerato servile, ma una persona “di cuore”. Il prezzo da pagare, però, è altissimo, perché si precipita in un circolo vizioso dove tutti si aspettano la sua disponibilità senza reciprocità. E tutti approfittano di questa sua illimitata disponibilità, aspettandosi da loro sempre di più.

Solo quando il People pleaser capirà che, per un’idea di serenità ideale si è costruito una gabbia dorata ma sempre più stretta, forse troverà il coraggio di uscirne. Fino a quel momento, però, continuerà a vivere come un fantasma sociale. Presente in ogni relazione, ma mai davvero visibile.

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