C’è un equivoco di fondo, radicato nel senso comune e alimentato per quasi due secoli dalla narrativa morale borghese, dalla scuola ottocentesca, dal cinema e perfino dalla memoria familiare: l’idea che il passato – soprattutto il Medioevo – fosse un’epoca di pudore severo, castità diffusa e sessualità circoscritta al matrimonio. Un tempo cupo, rigido, permeato dal controllo ecclesiastico, da letti separati e abiti impenetrabili. Un’Europa senza desiderio.
È un mito culturale. E come tutti i miti, dice più su di noi che sul tempo che pretende di descrivere. Se guardiamo alle fonti – cronache, processi, satire, miniati medievali, letteratura cavalleresca e religiosa – il quadro si ribalta: tra XI e XVIII secolo si viveva una relazione col corpo molto meno inibita di quella ottocentesca e, per certi aspetti, persino più libera della nostra. Non perché non esistessero norme morali, ma perché la sessualità non era un tabù identitario. Era un fatto della vita. Una questione fisiologica, sociale, economica. Qualcosa che si disciplinava, certo, ma che non veniva rimosso.
Il Medioevo non era casto: era carnale e allegorico
Le miniature dei codici monastici traboccano di corpi nudi, falli grotteschi, animali dalle forme oscene: non pornografia, ma satira rituale, simbolismo, carne esposta come memento. La cultura medievale non censurava la sessualità, la metaforizzava.
Le fiere di paese erano teatri di corteggiamento esplicito. I canti goliardici celebravano l’eros come gioco. Nelle città comunali, tra osterie, bagni pubblici e bordelli regolamentati, la sessualità era presenza quotidiana. Il peccato era un linguaggio morale, non una cancellazione del desiderio.
Il corpo non era demonizzato, era un problema spirituale, quindi reale. Perfino la Chiesa non chiedeva l’astinenza assoluta, ma la moderazione. Il celibato non era universale fino all’XI secolo e, anche dopo, conviveva con un mondo dove preti e concubine non erano una eccezione. I confessionari parlavano di sesso, perché il sesso accadeva.
Il Rinascimento rivaluta l’eros come forza cosmica
Con l’Umanesimo il corpo torna al centro. Non come peccato, ma come meraviglia. Botticelli, Tiziano, Giorgione: nudi ovunque. Non censurati, anzi commissionati. Nudi che non chiedono perdono, ma contemplazione. Si discute di eros nei trattati morali. Leon Battista Alberti scrive che la bellezza “accende gli animi”, Castiglione parla della “sprezzatura dell’amore“. La prostituzione rimane istituzione urbana. Venezia registra centinaia di “meretrici pubbliche”. Firenze punisce più la sodomia che l’adulterio, segno di un mondo dove il problema non è il sesso, ma l’ordine civico. La sessualità è riconosciuta come energia capace di muovere arte, politica, potere. Machiavelli e Aretino lo sanno bene.
Il Settecento gioca con il piacere
Il secolo di Casanova è tutto tranne che prudente. Conventi come luoghi di intrighi, salotti come palcoscenici di libertinaggio. Il corpo diventa esperimento filosofico. Voltaire, Diderot, Sade: il desiderio è domanda sui limiti della morale. Il pre-Illuminismo non reprime il piacere, lo analizza. Lo usa per criticare l’ipocrisia religiosa, la tirannia della norma. Si ride, si scrive, si seduce. Poi arriva l’Ottocento. E qualcosa si incrina. Il puritanesimo non appartiene al Medioevo, ma alla borghesia industriale.
È nell’Ottocento, non prima, che nasce l’idea moderna di pudore. Con la famiglia borghese, l’ascesa del capitalismo industriale, la moralizzazione dei costumi come dispositivo di controllo sociale. La sessualità diventa questione privata, domestica, patologica quando eccede. La donna, prima figura economica nel mercato matrimoniale, viene trasformata in angelo del focolare.
La letteratura vittoriana censura, copre, allude. Le gambe dei pianoforti vengono velate. La psichiatria cataloga perversioni. Il peccato diventa vergogna. Non più gesto, ma identità. Ed è in quel secolo – non nel Medioevo – che nasce la nostra ossessione contemporanea, l’idea che la sessualità sia qualcosa da nascondere, misurare, diagnosticare. Il passato non era più libero, era solo meno imbarazzato.
Non idealizziamo il Medioevo. C’erano violenze, patriarcato, diritto d’uso, stigma verso omosessualità femminile e maschile. Ma il sesso non era un fantasma. Era riconosciuto, discusso, normato, perché esisteva alla luce del sole. La nostra visione puritana del passato non parla del passato, parla dell’Ottocento in noi.
Quel secolo che ha insegnato alla carne a vergognarsi, all’amore a chiudersi nelle camere, ai desideri a diventare segreti. È la sua ombra che ancora ci accompagna quando pensiamo ai secoli precedenti e li immaginiamo più casti di noi. La storia, quando la ascoltiamo senza pregiudizi, suggerisce qualcosa di semplice e vertiginoso: non sempre ciò che è antico è più buio. Talvolta è solo più franco nel dire chi siamo.



