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Leadership femminile, progressi lenti. L’Italia resta indietro mentre il mondo cambia

I principali report internazionali pubblicati tra il 2025 e il 2026 mostrano progressi troppo lenti verso la parità. Le donne sono quasi la metà della forza lavoro, ma restano una minoranza nelle posizioni decisionali. E l’Italia, su 40 Pesi, resta al 35° posto in Europa per gender gap
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“Le donne hanno dato molto alla Repubblica, ma l’equilibrio non è ancora raggiunto”. Sono le parole di Mattarella, in occasione dello scorso 8 marzo, la cui celebrazione sta assumendo sempre più le sembianze di un simulacro ideologico piuttosto che di un reale momento di riflessione fattiva su un divario che ha quasi del surreale nel 2026. Negli ultimi anni la parità di genere nel lavoro è diventata uno dei temi centrali del dibattito economico e sociale internazionale. Tuttavia, nonostante una crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’accesso delle donne ai ruoli decisionali continua a procedere con grande lentezza quanto la parità salariale. Il confronto tra i principali rapporti pubblicati tra il 2025 e il 2026, dalle analisi globali del World Economic Forum ai report aziendali di McKinsey & Company e LeanIn.Org, fino agli indicatori europei e alle analisi italiane di Cerved e LinkedIn, restituisce un quadro coerente: il divario di genere nei vertici delle organizzazioni resta ancora ampio.

Il quadro globale: la parità resta lontana

Uno dei punti di riferimento più autorevoli è il Global Gender Gap Report 2025, pubblicato l’11 giugno 2025 dal World Economic Forum. Il rapporto analizza 148 economie e misura il divario tra uomini e donne in quattro ambiti fondamentali: partecipazione economica, istruzione, salute e rappresentanza politica. Secondo lo studio, nel 2025 il divario globale di genere è colmato per circa il 68,8%, un miglioramento minimo rispetto all’anno precedente. Al ritmo attuale, la piena parità tra uomini e donne richiederà ancora oltre un secolo, circa 123 anni. Il ritardo è particolarmente evidente proprio nell’area economica. Sebbene la presenza femminile nel mercato del lavoro continui a crescere, l’accesso alle posizioni di leadership rimane molto più limitato.

Il “gradino rotto” nella carriera

Uno sguardo più ravvicinato alle dinamiche aziendali arriva dal report Women in the Workplace 2025, pubblicato nell’ottobre 2025 da McKinsey & Company e LeanIn.Org. Lo studio, uno dei più ampi mai realizzati sul tema, analizza la struttura organizzativa di oltre cento grandi aziende e le esperienze professionali di migliaia di lavoratori. Il dato più evidente riguarda la progressione di carriera. Negli ultimi dieci anni la presenza femminile nelle posizioni di vertice è aumentata, oggi le donne occupano circa il 29% dei ruoli nella C-suite, contro il 17% registrato nel 2015. Tuttavia la crescita non è sufficiente a colmare il divario.

Il report individua il nodo principale nel cosiddetto “broken rung”, il gradino rotto della carriera manageriale. È nel passaggio dalle posizioni operative ai primi ruoli di management che si crea la maggiore disparità. Le donne vengono promosse meno frequentemente degli uomini e questo squilibrio iniziale si amplifica lungo tutta la gerarchia aziendale.

L’Europa e l’indice sull’uguaglianza

Anche a livello europeo la situazione mostra miglioramenti graduali, ma ancora incompleti. Il Gender Equality Index 2025, pubblicato dall’European Institute for Gender Equality, analizza il livello di parità nei Paesi dell’Unione europea attraverso indicatori legati a lavoro, reddito, potere decisionale, istruzione e distribuzione del tempo tra lavoro e cura familiare. L’indice evidenzia progressi negli ultimi anni, soprattutto sul fronte dell’istruzione e della partecipazione economica. Tuttavia uno dei settori dove il divario resta più ampio è proprio quello del potere, cioè la presenza delle donne nei ruoli decisionali sia nelle imprese sia nelle istituzioni. Nonostante la crescita dell’occupazione femminile, la rappresentanza ai vertici continua a essere inferiore rispetto a quella maschile.

Fuori dell’Europa, il problema, nelle aree dell’Africa subsahariana, Asia meridionale e centrale e in genere i Paesi colpiti da conflitti o forte povertà, riguarda addirittura anche l’accesso all’istruzione. Secondo le stime più recenti delle organizzazioni internazionali, circa 120–133 milioni di ragazze nel mondo non hanno accesso alla scuola (tra primaria e secondaria).

Il caso italiano: partecipazione in crescita, vertici ancora maschili

Se si guarda all’Italia, i dati confermano le stesse dinamiche osservate a livello internazionale. La presenza femminile nel mercato del lavoro è cresciuta negli ultimi anni, ma l’accesso ai vertici resta limitato. Secondo le analisi del LinkedIn Economic Graph, pubblicate nel 2025 da LinkedIn, le donne rappresentano il 47,6% della forza lavoro italiana, ma occupano solo il 31,3% dei ruoli di leadership. La distanza tra partecipazione e accesso al potere decisionale rimane, quindi, significativa.

Un quadro simile emerge anche dal rapporto sulla leadership femminile diffuso nel 2025 da Cerved, che analizza la presenza delle donne nelle imprese italiane. Il report evidenzia come la leadership resti prevalentemente maschile, soprattutto nelle posizioni più alte della gerarchia aziendale, come quelle di Amministratore Delegato o Presidente.

Il confronto tra l’Italia e gli altri Paesi

Secondo il World Economic Forum e il suo Global Gender Gap Report, l’Italia si trova piuttosto indietro rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Nel 2025 l’Italia è circa all’85º posto su 148 Paesi nel mondo per parità di genere. Considerando solo l’Europa, l’Italia è circa al 35º posto su 40 Paesi. Paesi europei che stanno molto meglio
Tra i Paesi con i risultati migliori nella riduzione del gender gap ci sono Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia, Germania, Irlanda, Spagna. Molti di questi Paesi hanno colmato oltre l’80–90% del divario di genere, mentre l’Italia è intorno al 70%. Questo significa che l’Italia è nella parte bassa della classifica europea, davanti solo a pochi Paesi.

Molto è dovuto a problemi strutturali come il part-time involontario, il carico di cura familiare sbilanciato, quasi tutto sulle donne, l’uscita dal lavoro dopo la maternità e al forte divario territoriale tra Nord e Sud. Ma anche alla scarsa presenze delle donne negli asset strategici del momento legati alle STEM. Poche donne lavorano in informatica, ingegneria e tecnologia. Si registra una bassa presenza femminile nei settori digitali e dell’innovazione e una scarsa rappresentanza nelle posizioni di ricerca avanzata e startup tech. E questo nonostante che le donne laureate siano più numerose degli uomini.
Infine, nonostante le “quote rosa”, anche la politica arranca. La situazione è migliorata negli ultimi anni, ma resta sotto la media europea: solo circa un terzo dei parlamentari sono donne e ci sono meno donne nei governi regionali e locali.

Imprese più solide con leadership equilibrata

Il paradosso è che lo studio di Cerved mette in luce un altro elemento interessante: le aziende con una maggiore presenza femminile nei vertici mostrano spesso una maggiore solidità economica e una minore esposizione al rischio finanziario. Le imprese caratterizzate da una leadership più equilibrata tra uomini e donne registrano, infatti, una probabilità di default più bassa rispetto a quelle con vertici quasi esclusivamente maschili. Il dato suggerisce che la diversità nei team decisionali non è soltanto una questione di equità sociale, ma può rappresentare anche un fattore di competitività e resilienza aziendale.

Una sfida ancora aperta

Il confronto tra i principali report internazionali pubblicati negli ultimi anni restituisce quindi un quadro abbastanza chiaro. Dal Global Gender Gap Report del giugno 2025 al Women in the Workplace dell’ottobre 2025, passando per il Gender Equality Index europeo del 2025 e per le analisi italiane di LinkedIn e Cerved, il “soffitto di cristallo” non è scomparso. Piuttosto si è spostato più in alto, nelle posizioni dove si prendono le decisioni strategiche. Ed è proprio lì, nei vertici delle imprese e delle istituzioni, che nei prossimi anni si giocherà la sfida decisiva per una reale parità di genere nel mondo del lavoro.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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