Più cani che bambini: l’amore che sostituisce il silenzio delle culle

Più cani che bambini: l’amore che sostituisce il silenzio delle culle

E da Gravatá a Madrid, fino a Downing Street gli animali non sono più semplici compagni, ma membri riconosciuti della famiglia umana
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Attraverso i social, a settembre, un video ha fatto il giro del mondo. In una chiesa di Gravatá, in Brasile, un sacerdote celebra la messa circondato da cani randagi. Li fa entrare durante la funzione, li nutre e invita i fedeli ad adottarli.

Il suo nome è padre Juan Pablo e le sue foto con quegli “ospiti speciali” all’interno della chiesa di Santana sono diventate virali su Instagram e su altre piattaforme, raggiungendo centinaia di migliaia di persone.

Il suo gesto, oltre a commuovere, ha riaperto un tema profondo: il posto che gli animali occupano nelle nostre vite, nelle nostre case e, oggi sempre più spesso, anche nelle nostre leggi.

Dalla compassione alla consapevolezza

Non è un caso che un segnale così potente provenga proprio da un luogo sacro. Già nel 2015, con l’Enciclica “Laudato si’”, Papa Francesco aveva sollecitato un nuovo sguardo su tutte le forme di vita, invitando a considerare gli animali come parte della “casa comune” e non semplici risorse.

Oggi quel messaggio sembra avere trovato radici nel vissuto quotidiano, in una società che rivede la propria relazione con il mondo naturale. Gli animali non sono più ai margini della vita umana, la attraversano, la definiscono, la cambiano. E le Istituzioni, lentamente, iniziano ad adeguarsi.

Animali come membri di famiglia: la svolta spagnola

La Spagna è tra i Paesi che più chiaramente hanno trasformato questa sensibilità in legge. Con la riforma del Codice Civile approvata nel 2022, gli animali domestici non sono più considerati “beni”, ma “esseri senzienti” dotati di sensibilità e capaci di provare emozioni.

È un cambiamento di prospettiva radicale. In caso di separazione o divorzio i giudici non possono più decidere sulla loro “proprietà” come se fossero oggetti. Devono tener conto del loro benessere, della stabilità affettiva e delle loro abitudini.

Il principio è semplice e rivoluzionario: un cane non si “divide”, si protegge.

Alcune regioni, come Catalogna e Navarra, hanno fatto ancora di più, introducendo norme severe contro abbandono e maltrattamenti, vincoli assicurativi obbligatori e limiti alla vendita non tracciata.

La legislazione, in altre parole, sta solo certificando qualcosa che la società ha già metabolizzato e, cioè, che gli animali sono membri del nucleo familiare e il loro legame con noi non è più simbolico, ma sostanziale.

Anche i flemmatici inglese hanno addirittura un “First Feline”

A ricordarlo, in modo forse più leggero ma altrettanto significativo, è il Regno Unito con Larry, il “First Feline” di Downing Street.

Il celebre gatto bianco e marrone, adottato nel 2011 per contenere l’invasione di topi nella residenza del Primo Ministro, ha recentemente festeggiato i suoi quindici anni di servizio.

Cinque capi di Governo si sono alternati al numero 10, ma Larry è rimasto. Ha attraversato crisi politiche, Brexit, scandali e persino un cambio di monarca, diventando una sorta di mascotte nazionale e un simbolo di stabilità in un’epoca turbolenta.

Non è solo un animale da compagnia, è un’icona che racconta, anche con ironia, come il confine tra vita pubblica e affetto privato si sia fatto più permeabile. Ogni volta che appare davanti ai fotografi o si stende al sole nel cortile di Downing Street i social britannici si riempiono di commenti e i giornali gli dedicano titoli affettuosi.

Ha perfino un suo profilo ufficiale online. Anche in questo caso, si celebra qualcosa di più grande, il riconoscimento sociale del legame emotivo con gli animali.

Dal “pawternity leave” al congedo di paternità

Negli Stati Uniti questa trasformazione è arrivata fino agli uffici. Sempre più aziende, infatti, introducono il cosiddetto pawternity leave, un gioco di parole tra paw (zampa) e paternity leave (congedo di paternità), che concede ai dipendenti alcuni giorni di permesso retribuito per accogliere un nuovo animale o prendersene cura.

L’obiettivo è chiaro: sostenere il benessere sia del lavoratore sia dell’animale, permettendo un periodo di adattamento e di costruzione del legame. Alcune aziende permettono anche lo smart working durante i primi giorni di adozione o l’ingresso in ufficio dei propri pet.

È una forma di welfare aziendale che parte dall’affettività per arrivare alla produttività. “Un dipendente sereno è anche un dipendente più motivato”, spiegano i responsabili delle risorse umane.

L’idea, nata negli Stati Uniti, sta lentamente diffondendosi anche in Europa e perfino in Italia, dove crescono le discussioni su permessi lavorativi per la cura o la perdita di un animale domestico.

La “carta d’identità” dei cani

Negli Stati Uniti un’altra iniziativa ha suscitato curiosità: la Smart ID Card per cani lanciata dalla Society for the Prevention of Cruelty to Animals.

È una sorta di replica delle carte d’identità umane, con tanto di foto e dati del proprietario. Attualmente non ha valore legale, ma funziona come simpatica medaglietta di riconoscimento e soprattutto come segno dell’ingresso degli animali nella nostra sfera civica.

Un piccolo gadget, certo, ma anche una metafora efficace di come gli animali non siano più “ospiti”, ma facciano ormai parte attiva della società delle relazioni.

Un cambiamento che parla di noi

Dietro le leggi, le mode e gli esempi virali c’è una trasformazione più profonda. Il nuovo status degli animali racconta un mutamento nel modo in cui definiamo legame, cura e responsabilità.

Per secoli la legge li ha trattati come oggetti pur lasciando spazio a un affetto privato che contraddiceva quella categoria. Ora questa frattura si ricompone, nei tribunali, nelle aziende, nelle piazze e perfino nelle chiese.

Come ha mostrato l’antropologa Donna Haraway “vivere con un animale non significa semplicemente convivere, ma trasformarsi a vicenda”.

Le routine quotidiane, le passeggiate, le cure, le attenzioni, i lutti riscrivono la nostra idea di famiglia. Quando la Spagna riconosce gli animali come soggetti giuridici non sta “umanizzandoli”, sta solo riconoscendo un modo di vivere che esisteva già.

E forse, quando padre Juan Pablo apre le porte della sua chiesa ai randagi fa la stessa cosa. Non inventa un nuovo rapporto tra uomo e animale, lo svela. Lo mette finalmente al centro, ricordandoci che prendersi cura di un altro essere vivente, qualunque esso sia, è il gesto più umano che possiamo fare.

Meno culle, più cucce

Nel frattempo, in Italia, il fenomeno assume anche risvolti sociologici. Il programma “Realpolitik”, in onda su Rete 4, ha raccontato la crescita degli asili di lusso per cani, strutture con musica rilassante a 432 Hz, televisori accesi sui cartoni animati, telecamere per monitorare i propri pet e perfino servizi taxi.

Le rette arrivano fino a 900 euro al mese. “Ormai le persone fanno sempre meno figli, ma adottano più cani”, racconta il proprietario di un asilo. È una battuta che suona provocatoria, ma tocca un nodo vero. In un mondo di solitudini crescenti l’animale domestico è diventato per molti il volto concreto della compagnia, dell’affetto e della continuità.

I compagni a quattro zampe rappresentano una forma stabile di presenza, un legame costante e non giudicante. È, in qualche modo, una risposta affettiva a un mondo frammentato. Avere figli è diventato un progetto difficile per la precarietà lavorativa, il costo della vita, le case piccole, la mancanza di welfare familiare. Accogliere un animale, invece, implica una responsabilità più sostenibile, pur offrendo calore, affetto e senso di cura. Non è un “sostituto” del figlio, ma una forma adattiva di famiglia possibile in un tempo incerto.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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