Sesso e (o è?) potere

Dagli Epstein files al caso che coinvolgerebbe di Alfonso Signorini. Non siamo davanti a deviazioni individuali o a patologie private. Siamo davanti a una costante storica e umana
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Ogni volta che l’ennesimo scandalo sessuale coinvolge i “potenti”, appartenenti all’establishment o ai vip dello spettacolo, la reazione collettiva segue uno schema fisso: indignazione rituale, consumo compulsivo dei dettagli più morbosi, rapida rimozione. Ci scandalizziamo, ma non per le ragioni giuste. Anzi, proprio lo scandalo diventa un alibi per credere che il problema sia l’eccesso, la deviazione, la patologia individuale.

Ma il sesso non accompagna il potere per accidente, storicamente è uno degli strumenti principali e più esatti del suo esercizio. “Tutto nel mondo è sesso, tranne il sesso. Il sesso è potere”. Questo aforisma, attribuito a Oscar Wilde, è uno dei pochi casi in cui una struttura linguistica funziona in modo quasi matematico. Invertendo, cioè, l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Il potere, dunque, è sesso, non come metafora, ma come pratica concreta che si esercita sul corpo. Il filo rosso non è la perversione. È l’impunità. È la possibilità di fare ciò che altri non possono fare. Una forma estrema di lusso, che non consiste nell’oggetto posseduto, ma nel fatto che sia precluso agli altri.

Quando quell’oggetto diventa il corpo dell’altro, disponibile senza conseguenze, il potere raggiunge la sua forma più pura di soddisfazione. Non si tratta di vizio privato. Il sesso è sempre stato un linguaggio politico e il corpo il suo supporto fisico. Dalle orge dei papi rinascimentali alle amanti ufficiali dei monarchi assoluti il sesso non è un’aggiunta al potere, ma uno dei suoi primi linguaggi. Serve a rendere visibile la gerarchia dei corpi, a rappresentare l’ordine sociale.

Una struttura storica e umana

Se lette senza ipocrisia le cronache contemporanee, dagli Epstein files in giù, smettono di apparire enigmatiche o stravaganti. L’umiliazione, la violenza, l’abuso non sono eccessi sadici. La storia ci dice che sono procedure standard. Non servono a punire, ma a verificare ed esercitare il potere stesso. Il caso di Gilles de Rais, aristocratico potentissimo, maresciallo di Francia e compagno d’armi di Giovanna d’Arco, che torturò e uccise bambini per anni senza essere fermato, non è l’eccezione mostruosa. È la forma nuda di una sovranità esercitata da sempre su corpi intoccabili, perché socialmente inferiori.

Dai faraoni egizi, per cui la sessualità regale aveva valore cosmico, ai conquistatori nomadi comeGengis Khan, la cui discendenza diffusa non è leggenda, ma effetto diretto di una sovranità esercitata su corpi disponibili (o a disposizione). Daldevşirme ottomano, che prelevava bambini cristiani per ricostruirli come soldati o amministratori, agli eunuchi alla corte dell’imperatore cinese, desessualizzati per diventare funzionari fedeli.

Ovunque si concentri potere, sembrerebbe comparire un diritto implicito sul corpo altrui. Per l’Inquisizione la tortura non serviva tanto a punire quanto a produrre verità giuridica e teologica. Il rogo non era un eccesso, ma uno spettacolo politico. Il dolore era un metodo.

Con la modernità questa logica non scompare. Si raffina. Come ha mostrato Michel Foucault, nelle società premoderne il potere si esercitava sul corpo in modo diretto e spettacolare. Il supplizio pubblico non puniva soltanto. Mostrava. Il corpo del condannato era la superficie su cui il sovrano iscriveva la propria forza. A partire dalla rivoluzione francese, il cui strumento era la ghigliottina, il potere smette di colpire il corpo per entrarci. Lo sorveglia, lo addestra, lo rende produttivo. Non spezza più ossa in piazza. Regola posture, desideri, comportamenti, tempi di vita e di morte. È il passaggio dalla punizione corporale alla gestione dei corpi. Nei campi di concentramento il corpo è ridotto a residuo biologico, a unità di lavoro, di consumo calorico, di sopravvivenza minima. Non è l’odio a governare, ma la gestione kafkiana. E quando la morte diventa necessaria, viene resa efficiente, igienica, tecnologica: dalla ghigliottina all’iniezione letale.

Difficilmente chi ha governato idee o coscienze lo ha fatto in astratto, ma con il corpo e attraverso il corpo. Dagli aspetti più semplici della vita quotidiana, come il dovere per i re germanici di mangiare copiose quantità di carne o il privilegio, per i patroni romani, di vivere al piano terra senza faticare salendo o scendendo scale, fino all’organizzazione giuridica e legale della dimensione puramente biologica.

La banalità del “biopotere”

È quindi una menzogna rassicurante immaginare che l’eccesso e la perversione riguardi solo il passato o solo i potenti, come se costituissero una specie distinta. I carnefici non sono mostri, ma uomini e donne normali, medi, noiosi. Il fatto è che in certe sfere sociali il male non si presenta come rottura dell’ordine, ma come sua applicazione scrupolosa e burocratica.

Questa struttura era stata colta con precisione quasi clinica da Pier Paolo Pasolini quando parlava di “anarchia del potere” a proposito di Salò o le 120 giornate di Sodoma. L’insopportabilità del film di Pasolini non è data da ciò che mostra (sangue, escrementi, violenza), ma per ciò che smaschera con lo sguardo freddo e oggettivo della telecamera. In Salò il sesso non è trasgressione. È regolamento interno, normale amministrazione. Il film mostra semplici funzionari che esercitano il potere con la stessa freddezza con cui compilerebbero un modulo. Ed è proprio questo che lo rende intollerabile: la banalità del male teorizzata dalla filosofa e politologa Hannah Arendt a partire dalla meschina normalità di Eichmann. Il dominio nella sua forma più pura non ha bisogno di emozioni, odio o passione, ma di indifferenza meccanica. Le vittime non sono demonizzate, sono semplicemente oggetti irrilevanti, strumenti del potere stesso.

Il marchese de Sade, da cui Pasolini trae ispirazione, lo aveva mostrato con una lucidità agghiacciante. Nei suoi testi non c’è spazio per l’innocenza del lettore. È questo che disturba davvero. Non la straordinarietà della violenza, ma la sua perfetta coerenza ordinaria. È qui che l’anarchia banale del potere diventa qualcosa di più raffinato ancora.

In conclusione, il legame fra sesso e potere non è che un sottoinsieme di una relazione più vasta e più antica: quella fra corpo e potere. Non c’è il ritorno arcaico della tortura. C’è qualcosa di più moderno e più sinistro: il corpo come materia amministrata. L’umiliazione, la violenza sessuale, l’omicidio non rimandano a una follia individuale, ma a una logica coerente. Il potere, quando si percepisce assoluto, non si limita a possedere il corpo. Lo esplora. Lo testa. Lo degrada.

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