Il 2025 si è chiuso con un segnale chiaro: la leadership americana nell’Intelligenza Artificiale non è più indiscussa. A gennaio, la cinese DeepSeek, fino ad allora quasi sconosciuta, ha presentato un modello di ragionamento capace di rivaleggiare con i colossi statunitensi, ma con costi di sviluppo e consumi molto più bassi. A dicembre è arrivata la versione V3.2, che conferma la volontà di Pechino di sfidare Washington sul terreno dell’innovazione.
Da allora il vento è cambiato. Il 2026 si preannuncia come l’anno in cui la competizione sull’IA smetterà di essere soltanto una corsa tecnologica per diventare una sfida politica, economica e culturale. In gioco non ci sono solo gli algoritmi, ma l’intera filiera, dai microchip alle infrastrutture di calcolo, fino al controllo degli standard globali che definiranno il futuro digitale.
La nuova guerra silenziosa dell’IA
Nell’estate del 2025 Washington e Pechino hanno svelato i propri piani strategici. Gli Stati Uniti, con il Winning the Race: America’s AI Action Plan, puntano a potenziare ricerca e infrastrutture lasciando ampia libertà ai giganti tecnologici. La Cina risponde con il Global AI Governance Action Plan, che punta sull’autosufficienza e sul coordinamento totale tra governi e imprese. Due modelli opposti che vedono il capitalismo dell’innovazione da una parte, pianificazione statale dall’altra.
Nel frattempo le regole globali stentano a nascere. Al summit di Parigi l’Unione europea ha difeso la linea severa dell’AI Act, che mette al centro l’etica, mentre gli Stati Uniti preferiscono un approccio più “leggero” e la Cina continua a subordinare la tutela dei diritti alla sicurezza del sistema.
Il prossimo appuntamento è fissato per febbraio a New Delhi, dove l’India sogna di farsi mediatrice tra Nord e Sud del pianeta. Ma, con visioni così distanti, è probabile che si consolidi un mosaico di regole diverse da Paese a Paese, con rischi concreti per chi vuole operare a livello globale.
Europa al bivio tra norme e industria
Proprio questa frammentazione rischia di penalizzare l’Europa. Le aziende del Vecchio Continente si trovano spesso costrette a sviluppare più versioni della stessa tecnologia per adeguarsi a standard diversi. Ma solo i grandi colossi possono permetterselo, mentre alle imprese di dimensioni minori restano solo due scelte: rinunciare ai mercati esteri o dipendere dai modelli americani o cinesi.
Per evitare di restare ai margini l’Unione dovrà affiancare alla sua vocazione regolatoria una vera strategia industriale, investendo in infrastrutture, ricerca e sovranità digitale. L’alternativa, sempre più concreta, è quella di diventare una “potenza normativa” priva di peso tecnologico.
I nuovi protagonisti
Intanto, mentre Stati Uniti e Cina si contendono il primato, nuovi attori si affacciano sulla scena. L’Arabia Saudita, con la società HUMAIN sostenuta dal principe Mohammed bin Salman, punta a costruire un ecosistema tecnologico completo, dai data center ai modelli di IA.
Anche l’India, con la India AI Mission, investe oltre un miliardo di dollari in programmi di formazione e adozione diffusa, immaginando un futuro in cui la popolazione, più che l’élite tecnologica, diventi il motore dello sviluppo digitale.
L’uomo al centro: la lezione di Floridi
Alla corsa tecnologica si affianca una riflessione di natura filosofica, che richiama l’uomo alle proprie responsabilità. Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Center della Yale University, nel saggio “La differenza fondamentale” mette in guardia contro la mitologia dell’Intelligenza Artificiale: “Abbiamo attribuito alle macchine capacità che restano solo umane, come la coscienza o la facoltà di scelta. L’IA non pensa: agisce”.
Floridi propone di leggere questa “svolta agentica” non come una minaccia, ma come una nuova forma di azione, che modifica l’ambiente digitale in cui viviamo. Tuttavia, avverte che l’illusione di delegare tutto alle macchine rischia di espropriarci della libertà di pensare.
Il rischio della delega
Nel suo ragionamento la vera emergenza non è la potenza dei modelli, ma il connubio tra tecnologia e potere, che soffoca la democrazia: “Non possiamo scaricare sulla macchina responsabilità che sono nostre ”, osserva il filosofo, invitando a difendere il “capitale semantico”, cioè la capacità tutta umana di dare significato ai dati e alle informazioni.
La battaglia per l’Intelligenza Artificiale, dunque, non è solo economica o politica. È una sfida di senso. E il 2026, tra regolamenti, piani strategici e nuove alleanze, dirà se l’umanità saprà restare al timone o sceglierà di farsi guidare dai propri algoritmi.
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