“La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte”. Perché arriva da molto lontano

La festività del 6 gennaio, conosciuta come Epifania, rappresenta uno dei momenti più significativi del calendario tradizionale europeo. La sua importanza non è soltanto religiosa, ma anche storica e culturale. Nel corso dei secoli, infatti, questa ricorrenza ha assorbito e rielaborato credenze antiche, riti agrari e tradizioni popolari, dando origine a una celebrazione complessa, in cui sacro e profano convivono
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All’Epifania la Befana, ben più longeva dei Re magi, prende la sua scopa e “tutte le feste porta via”, come recita una antica filastrocca tramandata di generazione in generazione. Una figura amata dai bambini nonostante il suo aspetto malconcio e un po’ arcigno, perché, insieme al carbone, l’aglio e la cipolla, ci porta fin dalla nostra nascita, caramelle e dolci, una coda della cornucopia rappresentata dal Natale. E questo avviene da secoli. La figura della Befana, infatti, si inserisce in un contesto molto antico, legato ai cicli agricoli e al calendario romano. Numerosi studiosi fanno risalire le sue origini ai riti pagani celebrati tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, periodo in cui si concludeva l’anno agricolo. In particolare, durante le dodici notti successive al solstizio d’inverno, quando si svolgevano riti propiziatori dedicati alla fertilità della terra.

In queste celebrazioni comparivano divinità femminili associate all’abbondanza e al raccolto, come Diana, Abundantia o Satia, che dovevano volare sopra i campi appena seminati per benedire il raccolto futuro. La rappresentazione della donna anziana simboleggiava l’anno vecchio, ormai sterile, che doveva essere superato affinché il nuovo ciclo potesse iniziare. Non a caso, in molte regioni, l’effigie della vecchia viene addirittura bruciata in piazza. Molti storici collegano la figura della Befana alla dea Diana, protettrice della natura, o a divinità minori come Strenia, da cui deriva la parola “strenna”.

L’incrocio tra la Befana e dei Re Magi

Più tardi il Cristianesimo non cancellò del tutto queste tradizioni, ma le rielaborò, integrandole nel nuovo contesto religioso. Nel Medioevo si affermò la leggenda che collega la Befana ai Re Magi. Secondo il racconto popolare una donna anziana rifiutò inizialmente di accompagnare i Magi nel loro viaggio verso Betlemme. Pentitasi in seguito iniziò a cercare il Bambino Gesù portando doni a tutti i bambini incontrati lungo il cammino. Questa narrazione permise di armonizzare una figura pagana con il racconto cristiano dell’Epifania, garantendone la sopravvivenza nella cultura popolare.

In realtà il racconto dei Magi è contenuto esclusivamente nel Vangelo di Matteo. Il testo non specifica il loro numero, i loro nomi né la loro provenienza geografica precisa. Fu la tradizione successiva a fissarne il numero in tre, in relazione ai doni offerti (oro, incenso e mirra), ad attribuire loro i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre e a dotarli di un forte valore simbolico. Rappresentavano le tre età dell’uomo e i tre continenti allora conosciuti (Europa, Asia e Africa), rafforzando l’idea di un messaggio cristiano universale.

Un’eredità culturale millenaria

Nel corso dei secoli, la festività del 6 gennaio si è consolidata come momento di passaggio tra la fine delle celebrazioni natalizie e il ritorno alla vita quotidiana. In molte regioni italiane l’Epifania è tradizionalmente accompagnata da falò rituali, mascherate e canti, elementi che richiamano antichi riti di purificazione e rinnovamento. Nel Nord-Est (Friuli e Veneto), si accendono i Panevin o Pignarul. Osservando la direzione del fumo e delle scintille, i contadini traggono auspici per il raccolto dell’anno. In Toscana, specialmente in Lucchesia, si preparano biscotti tipici decorati con granella colorata chiamati proprio “Befanini”. In molte città, come Milano o Firenze, si svolgono sfilate storiche in costume che rievocano l’arrivo dei Magi.

Dal punto di vista storico il 6 gennaio costituisce un esempio emblematico di continuità culturale grazie alla capacità del Cristianesimo di assimilare e reinterpretare tradizioni precedenti, rendendole immortali. La Befana, con il suo aspetto umile e arcaico, è la testimonianza vivente di questo processo di stratificazione storica.

Ancora oggi, la festività conserva il suo valore simbolico di passaggio, chiusura e rinnovamento, mantenendo viva una memoria collettiva che affonda le sue radici nell’antichità. Rimane una delle feste più amate perché racchiude in sé un senso di nostalgia e speranza, ricordandoci che ogni fine è solo l’inizio di qualcosa di nuovo.

Il perché della calza

L’usanza di appendere le calze per la Befana è anch’essa secolare. Nelle civiltà agricole dell’antichità, soprattutto in ambito romano, tra dicembre e gennaio, durante appunto i riti propiziatori legati alla fertilità e all’abbondanza futura, oggetti come sacchi, contenitori o tessuti venivano lasciati esposti per essere simbolicamente “riempiti” dalle divinità della prosperità. La calza, come indumento semplice e quotidiano, rappresentava un contenitore povero, ma essenziale, adatto a ricevere doni della natura, come frutti, semi, cibo.

La calza appesa ha, dunque, un forte valore simbolico, perché rappresenta l’attesa e la speranza di un nuovo inizio, simboleggia la povertà e l’umiltà, in contrasto con la ricchezza del dono e richiama l’idea del passaggio: la calza è vuota e viene riempita. E non è casuale nemmeno il fatto che venga appesa. Il gesto richiama l’antica credenza che gli spiriti o le figure magiche passassero dall’alto, dal cielo o dal camino.

Anche il carbone, simbolo di punizione, in realtà conserva a tutt’oggi un significato più storico, perché rappresenta ciò che resta dell’anno passato, necessario affinché il nuovo possa nascere. Per questo è stato nel tempo trasformato in un dolce di zucchero, dotato di un valore scherzoso e al contempo morale.

L’importanza della scopa

Infine, la scopa che non è solo un mezzo di trasporto magico. Nel folklore antico, rappresentava un simbolo di purificazione. Serviva a “spazzare via” le impurità dell’anno passato e i residui energetici negativi, preparando la casa – e l’anima – per il ciclo che ricominciava.

Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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