Foti: “Il partito italiano? Un blocco nazionale, sociale e popolare”

Dalla Democrazia Cristiana alla stagione berlusconiana fino a Meloni, il Ministro ricostruisce a Saint-Vincent la continuità di un’area politica capace di unire tradizioni liberali, cattoliche e nazionali. Sul Pnrr: “194,4 miliardi, abbiamo centrato gli obiettivi”. E sul futuro della politica: “Servono classi dirigenti, non partiti liquidi”
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Dal futuro del Centrodestra al ruolo dei partiti, dalla Democrazia Cristiana all’eredità di Silvio Berlusconi, fino al Pnrr, alla sanità, agli investimenti pubblici e alle sfide dell’Europa. Tommaso Foti ha attraversato i principali temi politici ed economici nell’intervista a tutto campo che lo ha visto protagonista nel pomeriggio di ieri a Saint-Vincent. Il Ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione è stato ospite della seconda giornata del conveg convegno annuale dedicato a «Il partito italiano, dalla DC a Berlusconi a Meloni», il volume di Gianfranco Rotondi attorno al quale si sviluppa la tre giorni valdostana che si chiude oggi. Il punto di partenza è stata proprio la tesi di Rotondi: l’esistenza di un filo politico che, pur tra profonde trasformazioni, collega la Democrazia Cristiana, il Centrodestra costruito da Berlusconi e la fase guidata da Giorgia Meloni. Foti riconosce una continuità, ma la colloca prima di tutto nella società e nella rappresentanza.

Il Ministro osserva che le tre formazioni indicate nel libro hanno persino una particolarità nei rispettivi nomi: «La Democrazia Cristiana non si chiamava partito, Forza Italia non si chiamava partito, Fratelli d’Italia non si chiamava partito». Da qui la definizione del “partito italiano” come “un’area politica”, composta nel tempo da culture differenti e capace di assumere forme diverse.

Nella Prima Repubblica la DC ebbe, secondo Foti, una funzione catalizzatrice, ma attorno a quell’area agirono anche altre componenti. Il Ministro ha richiamato il Movimento Sociale Italiano e alcune scelte strategiche per il Paese, dal Patto Atlantico ai Trattati di Roma fino agli euromissili, per sostenere l’esistenza di un terreno politico accomunato dalla difesa dell’interesse nazionale.

La sua lettura arriva fino a oggi: «Il partito italiano è, secondo me, la declinazione di quello che rappresenta un blocco nazionale, sociale, popolare, che non è populista». Un insieme nel quale possono convivere una componente liberale, una nazionale e quella di matrice centrista e cattolica che ebbe nella DC il proprio riferimento principale.

Dal Pdl a Fratelli d’Italia

Foti ripercorre anche i passaggi che hanno segnato la costruzione del Centrodestra. Ricorda la scelta del Partito Popolare di Mino Martinazzoli di non aderire al bipolarismo proposto da Berlusconi e richiama la successiva esperienza della Casa delle Libertà, fino alla nascita del Popolo della Libertà. Proprio sul Pdl il Ministro individua un limite organizzativo. A suo giudizio, se la struttura politica avesse avuto una presenza territoriale meno verticistica, quell’intuizione avrebbe potuto produrre risultati più duraturi.

Il ragionamento arriva quindi alla nascita di Fratelli d’Italia e alla dicitura “Centrodestra nazionale” presente inizialmente nel simbolo. Per Foti quella formula indicava già l’ambizione di costruire uno spazio più ampio rispetto ai confini della destra tradizionale. Un obiettivo che, nella sua ricostruzione, non poteva però essere rivendicato nelle prime fasi, quando FdI raccoglieva percentuali molto più contenute e Forza Italia conservava una posizione prevalente all’interno della coalizione.

“Con il 30% non si rappresenta una riserva indiana”

Il passaggio dalla storia al presente conduce direttamente al ruolo di Fratelli d’Italia: «Quando si hanno percentuali del 30% bisogna capire che non si rappresenta una riserva indiana», le parole di Foti. Da qui, a suo giudizio, nasce la necessità di ampliare i confini politici e culturali del partito e, più in generale, dell’intero Centrodestra. Il Ministro recupera una formula di Pinuccio Tatarella, quella dell’“oltre il Polo”. Significava superare i perimetri delle singole formazioni per intercettare mondi, personalità ed esperienze esterne agli apparati tradizionali. Foti ricorda anche la scelta compiuta da Berlusconi di portare in Parlamento intellettuali provenienti da percorsi differenti, come esempio di una politica capace di dialogare con ciò che si muove fuori dalle istituzioni.

Per questo attribuisce oggi a Fratelli d’Italia il diritto-dovere di rappresentare ben più di quella che era “destra tradizionale”. Il Centrodestra, aggiunge, deve allargarsi alle forze che condividono una determinata idea della società, senza rinchiudersi nelle identità del passato.

Un voto “più popolare che elitario”

Un altro passaggio riguarda la capacità di rappresentare interessi sociali differenti, una delle caratteristiche che segnarono la storia della Democrazia Cristiana. Foti respinge l’idea che il centrodestra sia soltanto lo schieramento delle partite Iva. Quel mondo, riconosce, ha dato un contributo importante, anche per effetto delle politiche fiscali, ma una coalizione che raggiunge percentuali comprese tra il 40 e il 48% assume inevitabilmente una dimensione interclassista. La prova, nella sua analisi, arriva dalla geografia del consenso: «L’attuale Cdl problema ce l’ha più nella Ztl che nelle periferie». Un dato che Foti interpreta come indicazione di un voto “molto più popolare che elitario”. Da questa considerazione deriva la conclusione che anche il “partito italiano”, nelle sue diverse declinazioni, abbia conservato una natura interclassista.

Berlusconi e la capacità di fare sintesi

Nell’intervista trova spazio anche l’eredità politica di Silvio Berlusconi. Foti ne ricorda la capacità di attrazione e la leadership, ma individua soprattutto un tratto che considera ancora necessario: «La cosa che è rimasta di Berlusconi e che non dobbiamo perdere è la capacità di fare sintesi». Il punto riguarda direttamente i rapporti tra i partiti della maggioranza. Per Foti le differenze possono esistere e ciascuna forza può porre accenti diversi sui singoli temi, ma non devono trasformarsi in divisioni: «Il Centrodestra è forte se è unito», sostiene, con uno sguardo rivolto anche alle prossime elezioni politiche.

Il rischio, nella sua lettura, sarebbe quello di trasformare ogni questione in una bandiera identitaria: «La politica del Centrodestra è un unicum», afferma, invitando a valorizzare gli elementi comuni rispetto alla ricerca quotidiana delle distanze. La capacità di sintesi diventa così il principale elemento che Foti considera ancora vivo della stagione berlusconiana.

Il centro dentro le coalizioni

Foti affronta anche uno dei nodi ricorrenti del dibattito politico: l’esistenza di uno spazio autonomo di centro. Su questo punto condivide la lettura di Rotondi e respinge l’idea della vecchia DC come semplice formazione collocata geometricamente a metà tra Destra e Sinistra. La Democrazia Cristiana, ricorda, fu per decenni il perno del sistema politico. La fine della Prima Repubblica aprì poi una fase nella quale, secondo Foti, il Partito Popolare avrebbe potuto partecipare alla costruzione del polo promosso da Berlusconi. La scelta di percorrere una strada diversa contribuì invece alla successiva dispersione di quell’area.

Oggi, per il Ministro, «lo spazio del Centro è all’interno delle coalizioni». È proprio qui che torna il tema dell’allargamento: intercettare elettori e classi dirigenti che non provengono necessariamente dall’intera storia del centrodestra, ma che possono contribuire ad ampliarne la base politica.

“I partiti liquidi non li comprendo”

Se il Centrodestra deve allargarsi, per Foti non può però rinunciare alle strutture politiche. Su questo punto il Ministro rivendica la propria formazione: «Non potete chiedere a uno che ha sempre fatto vita di partito la ragione per la quale i partiti devono essere liquidi. Io i partiti liquidi non li comprendo».

La critica riguarda una politica sempre più condizionata dai social e dalla ricerca del consenso immediato. Per Foti i partiti devono avere classi dirigenti e luoghi nei quali elaborare le tesi: «Non si può pensare sempre e comunque che valutiamo il gradimento delle tesi secondo i tweet», osserva.

Il Ministro richiama anche il ruolo che in passato avevano le organizzazioni giovanili, considerate strumenti di partecipazione ma anche di formazione della futura classe dirigente. Oggi, sostiene, quel percorso si è indebolito e il confronto politico passa spesso attraverso il telefono più che attraverso una militanza organizzata. Da qui la difesa del partito come luogo di selezione. Le strutture possono cambiare rispetto ai modelli del passato, ma «le grandi leadership si sostengono anche in ragione delle classi dirigenti che esprimono». Senza questo passaggio, per Foti, resta aperta la domanda su dove debbano formarsi coloro che in futuro saranno chiamati ad assumere responsabilità pubbliche.

Meloni e la nuova fase politica

Nel confronto entra anche il tema della transizione iniziata con la fine della Prima Repubblica. Foti ritiene che una fase nuova sia già visibile, a partire dalla maggiore stabilità dell’esecutivo rispetto alla tradizionale instabilità italiana. Il Ministro rivendica l’azione del Governo e attribuisce a Giorgia Meloni la capacità di aver accresciuto, nella sua valutazione, il peso dell’Italia nei rapporti europei e internazionali. Cita le relazioni con gli Stati Uniti, il mondo arabo, l’India e la Cina come esempi della rete di interlocuzioni costruita dalla Presidente del Consiglio.

Foti collega la conclusione della lunga transizione anche alle riforme. Richiama quella sulla giustizia, bocciata dagli elettori, e riconosce la necessità di prendere atto del risultato. La sua lettura è che il Centrodestra non sia riuscito a spiegare la proposta con sufficiente efficacia. Da questa esperienza ricava un’indicazione per il futuro: «Forse oggi gli elettori preferiscono il ragionamento alla polemica». Meglio, sostiene, raccontare ciò che il governo ha fatto e intende fare rispetto ai “battibecchi quotidiani”, soprattutto quando ci si rivolge all’elettorato moderato.

La lezione della Prima Repubblica

Alla domanda su ciò che resta della cultura politica della Prima Repubblica, Foti evita una contrapposizione netta tra le diverse fasi della storia repubblicana. Preferisce parlare di stagioni segnate da sistemi elettorali differenti e da condizioni che hanno imposto scelte diverse. Il punto di continuità viene individuato nei valori e, prima di tutto, nella libertà. Il Ministro richiama la ricostruzione dell’Italia dopo la Seconda guerra mondiale e la crescita che portò il Paese, nel giro di pochi anni, da una situazione segnata dalle distruzioni del conflitto allo sviluppo economico.

Ma la lezione del passato contiene anche un avvertimento. Foti riprende dal libro di Rotondi il tema dell’incapacità della DC di autoriformarsi. Nessuna forza politica, sostiene, può vivere di rendita: «Bisogna avere la capacità di intercettare, di aggiornare il proprio pensiero, la propria organizzazione», senza cancellare i riferimenti valoriali. Una necessità resa ancora più evidente da un elettorato che oggi considera molto più volatile rispetto a quello della Prima Repubblica.

Pnrr, “194,4 miliardi e nessuna proroga”

La seconda parte dell’intervista sposta il confronto sui dossier di governo e, in particolare, sul Pnrr. Foti individua uno dei risultati principali nel metodo costruito per raggiungere gli obiettivi: governance, cooperazione tra istituzioni e rispetto delle scadenze: «Abbiamo lavorato per quattro anni senza alcuna proroga», rivendica. Il Ministro ricorda che il Piano italiano vale 194,4 miliardi di euro: 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 miliardi a debito, che dovranno essere rimborsati entro il 2058. Foti sottolinea inoltre il dato relativo al Mezzogiorno: rispetto alla quota del 40% prevista per le risorse territorializzate, la spesa ha raggiunto, secondo i numeri indicati dal Ministro, il 42%. Collega gli investimenti pubblici anche alla crescita del Pil meridionale e rivendica le revisioni introdotte durante l’attuazione del Piano.

La necessità di modificare alcuni interventi, spiega, nasce da un contesto profondamente diverso rispetto a quello nel quale il Pnrr era stato concepito. Il Piano è nato dopo il Covid e ha poi attraversato gli effetti della guerra in Ucraina e l’aumento dei costi delle materie prime. Senza correzioni, sostiene Foti, molti obiettivi sarebbero diventati irraggiungibili.

Sanità, 3mila apparecchiature e 1.270 Case di comunità

Il Ministro dedica un passaggio ampio alla sanità, uno dei settori nei quali gli effetti del Pnrr, a suo giudizio, devono essere valutati anche al di fuori delle voci ordinarie del Fondo sanitario nazionale. Foti parla di 15 miliardi destinati al comparto attraverso il Piano e cita 3 mila apparecchiature diagnostiche per gli ospedali, tra Tac, risonanze magnetiche e altre strumentazioni. A queste affianca gli interventi per la medicina territoriale, dalle Case agli ospedali di comunità, oltre al fascicolo sanitario digitalizzato.

Sulle Case di comunità indica quota 1.270, a fronte di un target europeo di mille. Il Ministro pone però anche il tema delle differenze regionali. Il governo centrale, sostiene, può fornire risorse e opportunità, mentre la gestione della sanità e l’attuazione territoriale chiamano direttamente in causa le Regioni. Alcune, secondo Foti, hanno ottenuto risultati superiori, altre sono rimaste più indietro.

“L’investimento pubblico sarà strategico”

Il dopo Pnrr rappresenta un altro passaggio dell’intervista. Una volta esaurita la fase delle risorse straordinarie, il problema sarà garantire continuità agli interventi e alle strutture realizzate. Per Foti «l’investimento pubblico diventa strategico nei prossimi anni». Digitalizzazione, connettività, competitività, ambiente e salute sono i settori nei quali il Piano ha prodotto interventi che dovranno continuare a generare effetti. Il ragionamento si allarga quindi all’Europa e al costo dell’energia. Foti sostiene che il problema non riguarda soltanto l’Italia e richiama la necessità di una risposta europea, soprattutto per le imprese energivore e per le famiglie. Il Ministro indica tra le questioni ancora aperte la costruzione di un vero mercato europeo dell’energia e di quello dei capitali.

La dipendenza energetica assume anche una dimensione politica. Nel corso dell’intervista Foti torna infatti sulla scelta italiana di abbandonare il nucleare dopo il referendum del 1987 e collega il tema dell’autonomia nelle forniture alla capacità di un Paese e dell’intero continente di mantenere margini di indipendenza nelle proprie decisioni.

Dalle scuole alle ferrovie, i numeri del Piano

Sul controllo dei progetti finanziati Foti distingue tra monitoraggio amministrativo ed effetti concreti degli interventi. Ricorda il lavoro svolto anche dal nucleo della Guardia di Finanza presente nel Ministero, ma indica nei risultati visibili la vera verifica del Piano. Il Ministro elenca 1.100 nuove mense, 166 scuole, interventi di messa a norma su un terzo degli edifici scolastici italiani, 9 miliardi per l’università e 60 mila alloggi universitari. Sul versante ferroviario parla di 3 mila chilometri di rete dotati di un sistema di sicurezza e di 166 chilometri di alta velocità, cento dei quali realizzati nel Mezzogiorno. È su questi dati che Foti costruisce la rivendicazione politica dell’azione svolta: «La differenza tra le parole e i fatti sono i numeri».

“Aprirsi a società, cultura, scuola e competenze”

L’ultima domanda riporta il Ministro al punto di partenza: quale dovrà essere il “partito italiano” dei prossimi dieci anni. Per Foti non serve necessariamente una nuova rivoluzione politica, ma una maggiore capacità di apertura: «Il partito italiano di oggi necessita di sapersi aprire ancora di più alla società, al mondo della cultura, al mondo dell’arte, al mondo della scuola, al mondo delle competenze». Il confronto con la Democrazia Cristiana torna ancora una volta sul terreno dell’organizzazione. La DC poteva contare su una rete che attraversava il mondo cattolico e le parrocchie, luoghi nei quali la partecipazione sociale incontrava quella politica. Quel modello non può essere semplicemente riprodotto, ma resta aperto il problema di costruire nuove forme di rapporto con l’opinione pubblica.

Foti immagina quindi «un grande fronte aperto», ancorato ai valori che attribuisce alla tradizione del “partito italiano”, ma senza timore dell’ingresso di persone nuove e di competenze esterne.

Il Ministro lega infine il tema della partecipazione alla riforma elettorale. Indica come obiettivi un sistema che permetta alla coalizione con più voti di governare e il ritorno alla possibilità per gli elettori di esprimere una preferenza sui candidati al Parlamento. Nella sua lettura, restituire questa scelta ai cittadini significherebbe recuperare una parte del rapporto diretto tra elettori e rappresentanti che ha caratterizzato altre stagioni della politica italiana.

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