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Psichiatria immersiva: come la realtà virtuale sta cambiando la cura dei disturbi mentali

Non è più soltanto una promessa futuristica. La realtà virtuale immersiva (IVR) sta ridefinendo in profondità il modo in cui comprendiamo e trattiamo i disturbi mentali. La psichiatria del domani non si limiterà più a interpretare la mente, ma cercherà sempre più di entrarci, costruendo ambienti in cui il cambiamento possa essere vissuto, prima ancora che compreso
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La scena non è quella di un laboratorio futuristico, ma di un congresso medico. Dal 28 al 31 marzo scorso, tra i corridoi del Prague Congress Centre Praga (EPA26) si è parlato di mondi virtuali, avatar e ambienti simulati come strumenti clinici concreti. La realtà virtuale immersiva non è più una curiosità tecnologica, ma sta diventando una nuova frontiera della psichiatria.

A raccontarlo è il professor Giovanni Martinotti, eminente psichiatra italiano, Professore Ordinario all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e noto esperto internazionale in dipendenze, nuove sostanze psicoattive (NPS) e disturbi depressivi, che sui suoi social descrive una disciplina in piena trasformazione. “Una delle innovazioni è proprio la realtà virtuale applicata alla psichiatria”, spiega, sottolineando come oggi sia possibile trovarsi “dentro” situazioni simulate, che attivano reazioni autentiche. Il cervello, immerso in questi ambienti, risponde come se fossero reali.

Il cervello “ingannato” dalla simulazione della presenza

Il principio cardine della realtà virtuale immersiva è il cosiddetto senso di presenza, cioè la percezione psicologica di trovarsi realmente all’interno di un ambiente simulato. Non si tratta di semplice suggestione, ma di una risposta neurocognitiva concreta. Il cervello reagisce agli stimoli virtuali come se fossero reali. È proprio questa “illusione controllata” a rendere l’IVR uno strumento terapeutico potente, capace di intervenire su emozioni, comportamenti e processi cognitivi in modo diretto e modulabile.

Non si tratta solo di teoria. Nella pratica clinica, soprattutto in disturbi complessi come la schizofrenia, la realtà virtuale viene già utilizzata per costruire esperienze che aiutano il paziente a recuperare competenze compromesse. Indossando un visore, una persona può ritrovarsi in un supermercato, in un bar o in una strada affollata. Deve prendere decisioni, ricordare informazioni, gestire distrazioni. Tutto avviene in un ambiente controllato, senza il peso del giudizio o il rischio del fallimento reale. È un allenamento della mente che assomiglia alla vita quotidiana, ma con la possibilità di fermarsi, ripetere, correggere.

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la dimensione sociale. La schizofrenia spesso compromette la capacità di interpretare segnali relazionali e di muoversi con sicurezza nelle interazioni. In un ambiente virtuale queste situazioni possono essere simulate e semplificate. Il paziente può esercitarsi a parlare con interlocutori digitali, imparare a riconoscere espressioni ed emozioni, acquisire gradualmente sicurezza. La differenza rispetto alla realtà è decisiva. Come abbiamo detto, qui l’errore non ha conseguenze, e ogni esperienza può essere ripetuta finché non diventa familiare.

Fobie e anoressia: l’esposizione terapeutica

Ma la realtà virtuale non serve solo ad allenare, serve anche a esporre. Martinotti lo spiega con esempi molto concreti. Situazioni, come trovarsi dentro un aereo per chi ha paura di volare oppure in un ambiente chiuso e affollato, che nella vita reale verrebbero evitate possono essere affrontate in modo graduale, controllato, calibrato sul paziente. Lo stesso principio vale per disturbi come l’anoressia nervosa, dove si possono creare scenari ricchi di stimoli, come ambienti pieni di cibo, in cui la persona impara a gestire l’ansia e le proprie reazioni. Inoltre, l’IVR “permette di intervenire sull’immagine corporea e sulla percezione di sé”, scrive Martinotti, evidenziando il potenziale trasformativo degli avatar virtuali. Attraverso tecniche di body swapping (scambio di corpi) il paziente può osservare il proprio corpo da una prospettiva esterna, riducendo le distorsioni percettive e favorendo una maggiore accettazione. Studi recenti confermano miglioramenti nella regolazione emotiva e nell’insoddisfazione corporea.

C’è poi un altro aspetto, meno visibile, ma altrettanto importante, quale la regolazione emotiva. Gli ambienti virtuali possono essere progettati per aiutare il paziente a calmarsi, a riconoscere i segnali di agitazione, a sviluppare strategie di controllo.

Dipendenze: nuovi scenari per il controllo del craving

Particolarmente significativa è l’applicazione nelle dipendenze, dove, come sottolinea Martinotti, l’IVR “apre scenari innovativi per modulare craving, trigger ambientali e controllo degli impulsi”. Attraverso l’esposizione controllata a contesti realistici (come bar o situazioni sociali) il paziente può allenarsi a riconoscere e gestire gli stimoli che innescano il desiderio di consumo. Un processo che rafforza le strategie di autocontrollo e riduce il rischio di ricaduta.

Dalla teoria alla pratica: l’esperienza diretta degli operatori
Queste tecnologie vengono utilizzate anche per formare gli operatori sanitari, che possono esercitarsi in situazioni complesse senza rischi reali. Il punto centrale, emerso con forza a Praga, è che la realtà virtuale non è semplicemente uno strumento di supporto, ma un nuovo linguaggio terapeutico. “Quando indossiamo il visore ci rendiamo conto di quello che succede”, osserva Martinotti. Ed è proprio questa immersione a fare la differenza. La terapia non passa più soltanto dalle parole, ma dall’esperienza diretta.

Il futuro: entrare nella mente

“Stiamo sviluppando nuovi progetti in cui esperienza immersiva e neuroscienze si incontrano”, spiega Martinotti. È qui che si gioca la partita più avanzata, dove assisteremo all’integrazione tra IVR e strumenti di misurazione biologica. Biofeedback, eye-tracking e neuroimaging permettono di monitorare in tempo reale le risposte del paziente, aprendo la strada a interventi sempre più personalizzati e dinamici.

Le sfide restano, dalla necessità di dimostrare che i benefici si trasferiscano davvero nella vita quotidiana fino alle questioni etiche legate all’intensità delle simulazioni immersive e alla necessità di standardizzare i protocolli clinici. Ma la direzione sembra ormai tracciata. “Il futuro della terapia passa anche dall’entrare nella mente attraverso ambienti virtuali”. La conclusione di Martinotti non è solo suggestiva, ma descrive con precisione la direzione della psichiatria contemporanea. Una disciplina che non si limita più a interpretare la realtà interiore del paziente, ma inizia a costruirla, modificarla e guidarla, trasformando l’esperienza terapeutica in qualcosa di tangibile, immersivo e profondamente umano.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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